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authors:
- Emiliano Alessandroni
isoListDate: 2024-01-18
isoSourceDate: '2018'
license: CC BY-NC-ND 4.0
original: https://journals.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/1832
read_time_minutes: 30
summary: Nel corso degli anni ‘50 e ‘60 del Novecento, collocandosi lungo la scia
  tracciata da Galvano Della Volpe, Lucio Colletti sviluppa in Italia una requisitoria
  contro Hegel e segnatamente contro quegli elementi della filosofia hegeliana che,
  in modo più o meno volontario, erano…
title: 'Nei <em>Quaderni filosofici</em> di Lenin: lo studio della Logica e la lettura
  del proprio tempo'
toc: 1
twitter: https://twitter.com/RodericDay/status/1748103562104860840
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>*Materialismo Storico*, n° 1/2018 (vol. IV).

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## Introduzione

Nel corso degli anni '50 e '60 del Novecento, collocandosi lungo la scia tracciata da Galvano Della Volpe, Lucio Colletti sviluppa in Italia una requisitoria contro Hegel e segnatamente contro quegli elementi della filosofia hegeliana che, in modo più o meno volontario, erano penetrati all'interno del marxismo, inficiandone, a suo avviso, la consistenza scientifica.
Tre i vizi speculativi tramandati, secondo lo studioso italiano, dalla *Scienza della logica* e dalla *Fenomenologia dello Spirito*:

1. l'assorbimento del quadro *storico* nel quadro *ontologico*, vale a dire il complessivo disinteresse verso la «molteplicità del reale», portata a vanificarsi entro «una genericità o un'idea che non rimanda né si riferisce a questo o a quell'aspetto del reale, ma si presenta al contrario essa stessa come la sola e intera realtà»;
{Colletti, Lucio, 1976, *Il marxismo e Hegel. Sui "Quaderni filosofici di Lenin"*, Laterza, Roma-Bari, p. 154.}
2. lo «scambio», per usare la terminologia aristotelica, «del genere con la specie»;
{Ibid., p. 152.}
3. la tendenza a cedere reiteratamente alle lusinghe delle «ipostasi», categorie incapaci «di servire come ipotesi e *criteri* per l'esperienza» in quanto non desunte da scrupolose osservazioni dell'Oggetto, ma apparse come «un'introduzione surrettizia di contenuti immediati, non controllati».
{Ibid., p. 154.}

Sarebbe alquanto facile replicare a Colletti come simili forme di dogmatismo, che costituiscono alcune delle configurazioni che assume il concetto di *ideologia* in Marx,
{Cfr. Alessandroni, Emiliano, 2014 *Ideologia e strutture letterarie*, Aracne, Roma, il cap. su Marx, Engels e l'ideologia come falsa coscienza.}
siano in ultima analisi anche alcune delle configurazioni che assume il concetto di *intelletto astratto* in Hegel--ripartito a sua volta tra l'astrattezza del particolare e l'astrattezza dell'universale. Ma altri sono gli aspetti che qui preme evidenziare: partendo dalle convinzioni di cui sopra, l'allievo di Della Volpe rimprovera a Lenin la tendenza ad allinearsi «nella sostanza» sempre più «alla logica hegeliana».
{Colletti, Lucio, 1976, *Il marxismo e Hegel. Sui "Quaderni filosofici di Lenin"*, Laterza, Roma-Bari, p. 167.}
Si tratterebbe di un allineamento a concezioni teologiche, coscienzialiste e mistiche, quali erano quelle che, a suo avviso, la filosofia classica tedesca promuoveva, inclini a contaminare la coscienza del dirigente russo verso forme di speculazione deteriore. È un punto che viene ribadito con fermezza: la «logica» e la «dialettica hegeliana» avevano posto tra gli occhi di Lenin e il mondo un'insidiosa «lente deformante».
{Ibid., p. 167.}

Come giudicare queste accuse? Lo studio della filosofia di Hegel concorre realmente a indebolire la comprensione che Lenin maturerà del mondo? Per rispondere a queste domande occorre tornare indietro fino al 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale. Guerra che vedrà un altissimo numero di vite falcidiate, in massima parte appartenenti agli strati sociali meno abbienti. In quel mentre, nei parlamenti inglese, francese, austriaco e tedesco, i deputati socialisti che pur si ergevano a portavoci delle masse popolari, votavano favorevolmente ai crediti di guerra. È una vicenda che suscita l'indignazione di Rosa Luxemburg: «l'immortale appello del Manifesto comunista» di Marx ed Engels ("proletari di tutti i paesi unitevi") «subisce» ora, «un completamento essenziale...secondo la correzione apportatavi da Kautsky..: "Proletari di tutti i paesi unitevi in pace e sgozzatevi in guerra!"».
{Luxemburg, Rosa, 1970 *Scritti politici*, Editori Riuniti, Roma, p. 449.}

In un tale contesto, mentre operai e contadini seguitavano a perdere la vita sui campi di battaglia e gli esponenti più illustri della Seconda Internazionale reiteravano, anche sul piano teorico, la scelta di legittimare il bagno di sangue, Lenin, al tempo in esilio, si rifugia in una biblioteca svizzera a studiare la *Scienza della logica* di Hegel.
Tale atto non deve tuttavia essere recepito come una forma di indifferenza, da parte del futuro dirigente bolscevico, per le sorti del mondo e del proprio paese, e tanto meno come il desiderio di soddisfare un interesse di semplice erudizione. Le ragioni, a ben vedere, erano altre:
Lenin non si limita a voler condannare la guerra, ne intende comprendere l'essenza e con essa i centri nodali degli errori teorici commessi dai socialdemocratici.

Se infatti il marxismo della Seconda Internazionale assemblava, all'interno del proprio orizzonte filosofico, elementi di materialismo volgare, evoluzionismo, positivismo e neokantismo, nelle elaborazioni del filosofo di Stoccarda Lenin poteva individuare l'argine più resistente da opporre all'espansione di queste correnti.
Tra le pagine di Hegel egli cerca quindi i principi fondamentali di un marxismo autentico da contrapporre a quello empirista e positivista della Seconda Internazionale, e nelle critiche che l'autore della *Fenomenologia* rivolge a Kant, intravede argomentazioni più ricche e preziose, rispetto a quelle precedentemente rinvenute in Diderot, per combattere le idee di Mach e degli empiriocriticisti.

I *Quaderni filosofici* riportano fra le loro pagine un brano della *Logica*:

>«Il pensiero vale qui come un'attività puramente soggettiva e formale, e l'oggettività, di contro al pensiero, come un che di stabile e di esistente per sé. Però questo dualismo non è il vero, ed è un procedimento insensato prendere le determinazioni della soggettività e dell'oggettività così semplicemente e non porsi la questione della loro origine ...
In effetti, la soggettività è soltanto uno stadio si sviluppo dall'essere e dall'essenza, e, poi, questa soggettività, "in quanto dialettica, spezza il suo limite" e, "attraverso il sillogismo, si apre all'oggettività"».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1973, *Opere scelte in sei volumi, III*, Editori Riuniti, Roma, pp. 447-48.}

Sotto questo passo, il seguente commento di Lenin: «molto profondo e intelligente! Le leggi della logica sono il rispecchiamento dell'oggettivo nella coscienza soggettiva dell'uomo». [^9]

[^9]: Lenin, Vladimir Ilic, 1973, *Opere scelte in sei volumi, III*, Editori Riuniti, Roma, p. 448. Poco prima (cfr. p. 444) Lenin aveva peraltro riportato «due aforismi» nei quali veniva sollevato il «problema della critica del kantismo contemporaneo, del machismo, ecc.» polemizzando contro il procedimento meccanicista di Plekhanov e di quei «marxisti» che «hanno criticato (all'inizio del secolo XX) i kantiani e gli humiani più alla maniera di Feuerbach (e di Büchner) che non alla maniera di Hegel».

Lungi da quanto sosteneva Colletti, la lettura della *Logica*, possiamo osservare, si rivela per il dirigente russo una fonte inesauribile di acquisizioni teoriche.

## Salti e interruzioni di gradualità

In altri studi abbiamo avuto modo di valutare l'importanza che svolge in Lenin il concetto di *compenetrazione degli opposti*
{Alessandroni, Emiliano, 2016 *Potenza ed eclissi di un sistema. Hegel e i fondamenti della trasformazione*, Mimesis, Milano.}
corrispettivo filosofico di quanto con riferimenti di carattere più contingente andrà esplicandosi ne *La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky* del 1918 e ne *La NEP e i compiti dei centri di educazione politica* del 1921.
Ma la principale categoria che desterà l'attenzione del futuro statista sarà quella di *salto* o *interruzione di gradualità*.
{Cfr. Lenin, Vladimir Ilic, 1973, *Opere scelte in sei volumi, III*, Editori Riuniti, Roma, pp. 396-400.}
Si tratta di un concetto che, com'è stato dimostrato, rinvia alla frattura temporale originatasi con lo scoppio della Rivoluzione francese e che, a ben vedere, era già apparso nella *Prefazione* alla *Fenomenologia dello Spirito* del 1807:

>«Come nella creatura, dopo un lungo e tranquillo nutrimento, il primo respiro interrompe, con un salto qualitativo, quella gradualità del processo di accrescimento unicamente quantitativo, e il bambino è nato; così lo Spirito che va formandosi matura lentamente e silenziosamente verso la nuova figura [...] questo graduale sgretolamento, che finora non alterava la fisionomia della totalità, viene infine interrotto dal sorgere del sole che, come un lampo improvviso, fa apparire, in un colpo solo, la struttura del nuovo mondo».
{Hegel, Georg Wilhelm Friedrich, 2001, *Fenomenologia dello spirito*, Bompiani, Milano, p. 61.}

La categoria di *Salto qualitativo*, se svolge un ruolo importante in Hegel, aveva tutto fuorché centralità in quelle trame narrative tessute dagli esponenti della Seconda Internazionale per illustrare le proprie *teorie della trasformazione*.

In polemica con Rosa Luxemburg, ad esempio, Karl Kautsky insisteva particolarmente sul fatto che, per dare vita a un nuovo assetto storico, occorreva non già *annientare*, ma lentamente *logorare* il sistema in vigore.
{Cfr. Salvadori, Massimo L., 1976 *Kautsky e la rivoluzione socialista. 1880/1938*, Feltrinelli, Milano.}
Così, ne *I presupposti del socialismo* del 1899, Bernstein presenterà la fase di transizione dal vecchio al nuovo sistema sociale come un lungo processo che si sarebbe dovuto svolgere gradualmente e soprattutto attraverso l'intermediazione storica della democrazia liberale.
L'opera in questione si scaglia quindi con violenza contro quelle che vengono definite le «insidie del metodo dialettico hegeliano», colpevoli ai suoi occhi di aver condotto Marx alla teoria della «lotta di classe» e della «rivoluzione».
{Bernstein, Eduard, 1974 *I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia*, Laterza, Roma-Bari, p. 265.}

Per diradare la nebbia ideologica che tali convinzioni avevano contribuito a diffondere, la categoria di *Salto qualitativo* appare a Lenin particolarmente proficua.
Essa gli consente di riformulare una filosofia della storia entro la quale le rotture rivoluzionarie potevano vantare un proprio legittimo statuto ontologico.
La *Logica* gli insegna invero che «la gradualità senza salti non spiega niente».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1973, *Opere scelte in sei volumi, III*, Editori Riuniti, Roma, p. 398.}
Il suddetto *Salto*, tuttavia, suscettibile di produrre la rottura storica osservata, non viene inteso dal dirigente russo come un espediente estemporaneo, ma come risultato di un processo dialettico che si consuma per intero entro l'orizzonte della *necessità*.
L'opera in questione gli aveva d'altronde fatto comprendere a proposito del rapporto tra *Freiheit e Notwendikeit*--che nel fiume del divenire «la necessità ... diventa libertà non perché svanisca, ma soltanto perché la sua identità ancora interna si manifesta».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1973, *Opere scelte in sei volumi, III*, Editori Riuniti, Roma, p. 430.}
Vale a dire che la libertà non comincia nel punto in cui la catena della necessità viene a spezzarsi, ma in quello in cui questa comincia ad apparire, a vedere se stessa, a transitare, direbbe Hegel, dalla condizione dell'*An sich* a quella del *Für sich*.
Si tratta, a ben vedere, di una prospettiva ereditata anche da Marx: a suo avviso infatti l'autentico soggetto rivoluzionario non si incarna nel ceto lavoratore in quanto tale, ma in quel ceto lavoratore che ha acquisito *coscienza di classe*, che ha dunque dimostrato la capacità di compiere il passaggio dall'*An sich sein al Für sich sein*.
È un aspetto, quello della dimensione coscienziale, sul quale insisterà particolarmente anche Gramsci nei *Quaderni*.
Significative, a tal proposito, alcune sue considerazioni intorno al fattore ultimo che ha innescato l'89 francese:

>«Nel suo compendio di storia della Rivoluzione Francese, il Mathiez, opponendosi alla storia volgare tradizionale, afferma che verso il 1789 la situazione economica era piuttosto buona immediatamente, per cui non si può dire che la rottura dell'equilibrio esistente sia dovuta a una crisi di immiserimento [...]
la rottura dell'equilibrio non avvenne per causa di un immiserimento del gruppo sociale che aveva interesse a rompere l'equilibrio e di fatto lo ruppe, ma avvenne per un conflitto di carattere superiore, per "prestigio" di gruppo, in un certo senso, per esasperazione del sentimento di indipendenza del proprio gruppo ecc.».

Da quanto osservato possiamo ben comprendere come per Lenin i concetti di *Salto* o *Interruzione di gradualità* costituissero un'importante acquisizione teorica che, se da un lato rompeva con l'evoluzionismo riformista caro ai teorici della Seconda Internazionale, dall'altro si manteneva anche a debita distanza da quelle forme di volontarismo e soggettivismo che contraddistinguevano, in ultima analisi, il nucleo speculativo della tradizione anarchica.

## Proporzionalità di cause ed effetti

Nei *Quaderni filosofici* Lenin riporta un passo--appartenente alla sezione interna de *La dottrina dell'Essenza (La realtà)*--nel quale Hegel fornisce una delucidazione teorica intorno al rapporto di causa ed effetto:

>«in quanto si ammetta il rapporto di causa ed effetto [...] l'effetto non può essere più grande della causa [...]
quegli arabeschi storici, in cui da un esile stelo si vede plasmarsi una gran figura, sono quindi una trattazione ingegnosa, ma sommamente superficiale».

Le riflessioni del filosofo tedesco sono qui esplicitamente rivolte agli eventi storici e Lenin riassume il brano pressoché alla lettera:
«nella storia si è soliti addurre aneddoti come piccole "cause" di grandi eventi, che nel fatto sono soltanto *occasioni*, soltanto äussere Erregung».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1973, *Opere scelte in sei volumi, III*, Editori Riuniti, Roma, p. 428.}

Hegel, che «accostò con passione Tucidide»,
{Rosenkranz, Karl, 1974, *Vita di Hegel*, Mondadori, Milano, p. 79.}
ne tradusse «una ragguardevole parte»
{Rosenkranz, Karl, 1974, *Vita di Hegel*, Mondadori, Milano, p. 33.}
e, come emerge dalla *Lezioni sulla filosofia della storia*, lesse ampiamente Polibio, doveva aver ben presente la distinzione che questi avevano tracciato tra *causa occasionale* e *causa profonda* della guerra.
Distinzione che trova una propria corrispondenza semantica, e persino una certa affinità linguistica, in quella tracciata nella *Logica* tra *occasioni* (ovvero *sollecitazioni esteriori*) e *grandi cause*.
È una lezione da cui Lenin trarrà enorme giovamento allorché si troverà ad interrogarsi sui fattori scatenanti della Prima guerra mondiale.

Allo scoppio del conflitto si moltiplicano le narrazioni a sostegno dell'intervento.
In Italia, Cesare Battisti, deputato socialista, presenta lo scontro come una «quarta guerra d'indipendenza» inclinandone «a sinistra la forza di coinvolgimento nazional-popolare».
{Luccini, Stefano-Santagata, Alessandro, 2015 *Propaganda e cultura nella Grande Guerra (1915-1918)*, Fondazione Corriere della Sera, Milano, p. 22.}
Parallelamente le potenze dell'Intesa, fatta eccezione per la Russia, lo dipingono via via come uno scontro per la salvezza dei «valori democratico-liberali»,
{Ibid, p. 56.}
presi di mira dal dispotismo degli Imperi centrali, che, dal canto loro, imputavano al nemico di veicolare l'instabilità governativa e «la decadenza dei costumi sessuali».
{Ibid, p. 57.}
La corruzione dell'*ethos* e del *pathos* era un tema da cui muoveva, sul fronte opposto, anche Giovanni Gentile, per il quale la guerra costituiva «la soluzione di una profonda crisi spirituale» nonché la grande opportunità di «cementare una volta nel sangue [la] Nazione» producendo «un solo pensiero, un solo sentire».
{Gentile, Giovanni, 1934, *Origini e dottrina del fascismo*, Istituto Nazionale Fascista di Cultura, Roma, p. 8.}
La battaglia si ridefiniva in tal senso come uno scontro tra forze morali e forze immorali.
Non troppo diversa la posizione dei Futuristi, per i quali la guerra, «sola igiene del mondo» veniva chiamata a svecchiare culture e società stantie.
Pullulavano inoltre le ricostruzioni che tendevano ad illustrare la rivalità bellica come un conflitto tra razze.
E non mancava chi si riservava di attribuire le responsabilità dello scontro planetario, ora alla voracità austriaca ora al nazionalismo serbo, in ogni caso alla volontà di un esiguo numero di dirigenti nazionali.
{Cfr. Albertini, Luigi, 2010-2011, *Le origini della guerra del 1914. Vols. 1-3*, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia; Smith, David, 2014 *Una mattina a Sarajevo*, Editrice goriziana, Gorizia; Magrini, Luciano, 2014, *1914: il dramma di Sarajevo. Origini e responsabilità della Grande Guerra*, Res Gestae, Milano.}

Nel complesso, un tale spazio occupava all'interno del dibattito pubblico la lunga serie di cause fittizie e *cause occasionali*, che gran parte dell'intellighenzia europea si era convinta di discutere intorno agli aspetti e alle ragioni di una "guerra lampo".
La durata del conflitto, tuttavia, se smenti le previsioni temporali, non mutò la sostanza degli orientamenti.

Sensibilmente diversa la prospettiva di Lenin.
Questi comprese fin da subito, dalla dimensione che il conflitto aveva assunto, come esso dovesse nascondere cause ben più profonde e remote di quelle prevalentemente diffuse.
Si trattava, a ben vedere, di una guerra che affondava le radici nel «quadro complessivo dell'economia capitalistica mondiale, nelle sue relazioni internazionali ai primordi del secolo XX».
E questa causa profonda, ben diversa rispetto a quelle presentate dalla narrazione liberale, getta nuova luce sul conflitto stesso, suscettibile di apparire ora sotto tutt'altra veste:
non, allora, uno scontro tra democrazia e dispotismo, non una lotta tra consuetudini e trasgressioni, non un conflitto tra moralità e immoralità, ma «una guerra imperialista (cioè di usurpazione, di rapina, di brigantaggio) da ambo le parti ... una guerra per la spartizione del mondo, per una suddivisione e nuova ripartizione delle colonie, delle sfere di influenza del capitale finanziario».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1968, *Opere scelte*, Editori Riuniti, Roma.}

Intento primario dell'opera in questione era pertanto quello di smascherare «le contraddizioni» profonde dell'imperialismo, a partire dall'analisi della sua «sostanza economica...senza la quale non» sarebbe stato «possibile comprendere né la guerra ... né la situazione politica» corrente.
{Lenin, Vladimir Ilic, 1968, *Opere scelte*, Editori Riuniti, Roma, p. 570.}
Dacché, in sostanza, gli approcci idealistici dominavano il discorso pubblico, il lavoro di Lenin intendeva non soltanto rintracciare le *grandi cause*, le cause profonde che si celavano dietro il conflitto, ma anche smascherare l'insieme di cause fittizie e cause occasionali, vale a dire l'insieme di *piccole* cause la cui propaganda ostacolava una corretta stima degli avvenimenti.
Nei *Quaderni filosofici* il dirigente russo trascrive ancora un altro passo della *Logica* hegeliana: «nel movimento, nell'impulso e simili la contraddizione rimane nascosta alla rappresentazione dietro la *semplicità* di queste determinazioni».
A lato il seguente commento: «occultata dalla semplicità».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1973, *Opere scelte in sei volumi, III*, Editori Riuniti, Roma, p. 412.}
Quella della "semplicità che occulta" costituisce senz'altro una dinamica ricorrente nei processi storici, ma con lo scoppio della Prima guerra mondiale, il proliferare delle *cause semplici* o delle *piccole cause*, l'aveva riportata prepotentemente alla ribalta.

## Logica dialettica e intelletto astratto

Ancora nei *Quaderni*, Lenin trascrive un passo della *Logica* in cui Hegel illustra il cosiddetto principio di *azione reciproca*:
«L'interazione si presenta, anzitutto, come una mutua causalità di sostanze presupposte e condizionantesi; ciascuna è dinanzi all'altra, una sostanza insieme attiva e passiva».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1973, *Opere scelte in sei volumi, III*, Editori Riuniti, Roma, p. 430.}
É un principio «acuto e giusto», ad avviso del dirigente russo, quello secondo cui «ogni cosa concreta, ogni qualcosa concreto sta in rapporti diversi e spesso contraddittori con tutto il rimanente».
{Ibid., p. 409.}
In esso viene ritratto uno degli aspetti che distingue la *logica dialettica* dalla *logica dell'intelletto*.
Se la prima pensa in termini di inestricabilità, la seconda è eclettismo, ovvero ragiona in termini di *giustapposizione*.
{Cfr. Ibid., pp. 460-61.}

Su questa differenza prospettica sembra fondarsi la polemica intorno alla questione dei sindacati del '20-21 contro Trotsky e Bucharin.
Questi i termini della questione: il comandante dell'Armata Rossa intendeva intensificare la militarizzazione della manodopera procedendo ad una dissoluzione dei sindacati nello Stato, stimando quest'ultimo quale reale incarnazione degli interessi degli operai.
Lenin replicherà chiarendo che lo Stato russo, in quel dato momento, non costituiva affatto uno Stato operaio, bensì una struttura fondata su un delicato equilibrio in cui venivano tenuti insieme interessi degli operai e interessi di altri strati sociali (contadini e piccola borghesia *in primis*).
Tanto più che ci si stava apprestando all'interruzione del *comunismo di guerra* e all'introduzione della Nep.
Il compito di vigilanza che in quella fase veniva richiesto all'apparato statale, rendeva necessario lasciare espletare le funzioni pedagogiche (e a ben vedere anche quelle protettive) ad organizzazioni differenti.
Queste ultime erano state individuate da Lenin nei sindacati, i quali costituivano, spiega, «una scuola sotto tutti gli aspetti: una scuola di unione, una scuola di solidarietà, una scuola di difesa dei propri interessi, una scuola di gestione economica, una scuola di amministrazione».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1975, *Opere scelte in sei volumi, VI*, Editori Riuniti, Roma, p. 349.}

Due, secondo il dirigente russo, i principali «errori teorici» di Trotsky:

1\) egli incorre nella «più disperata confusione d'idee», in una «“confusione ideologica" veramente illimitata»
{Lenin, Vladimir Ilic, 1975, *Opere scelte in sei volumi, VI*, Editori Riuniti, Roma, p. 340.}
giacché «tutte le sue tesi sono concepite dal punto di vista del "principio generale"»,
e supportate «da discorsi intellettualistici o da ragionamenti astratti o da ciò che talvolta sembra "teoria", ma in realtà è errore, errata valutazione delle particolarità del periodo di transizione».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1975, *Opere scelte in sei volumi, VI*, Editori Riuniti, Roma, pp. 299, 302.}
Sì, il ragionamento di Trotsky procede per «tesi generali, astratte, "vuote di contenuto" teoricamente errate e formulate in modo intellettualistico, dimenticando quanto vi è di più concreto e pratico».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1975, *Opere scelte in sei volumi, VI*, Editori Riuniti, Roma, p. 339.}
Per scongiurare i vizi di una simile impostazione, afferma Lenin, bisogna al contrario proprio «studiare l'esperienza pratica» in quanto «la pratica è cento volte più importante di qualsiasi teoria», che nel suo astrattismo rischia di aumentare la «fretta», il desiderio immediato di sorpassare «ogni limite» creando «formule teoricamente errate».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1975, *Opere scelte in sei volumi, VI*, Editori Riuniti, Roma, p. 309.}
Oltre al *sillogismo del fare*, concetto in cui Lenin si imbatte nella *Scienza della logica*, riecheggia qui un principio appreso dall'*Introduzione alle Lezioni sulla storia della filosofia*:
«se il vero è astratto allora non è vero. La sana ragione umana aspira al concreto [...] La filosofia è massimamente ostile all'astratto e riconduce al concreto».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1973, *Opere scelte in sei volumi, III*, Editori Riuniti, Roma, p. 512.}
È tale insegnamento che verrà impiegato contro Trotsky e Bucharin: «la logica dialettica», rammenta nel corso della polemica sui sindacati, «insegna che non esiste verità astratta, la verità è sempre concreta».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1975, *Opere scelte in sei volumi, VI*, Editori Riuniti, Roma, p. 347.}

2\) Oltre a non riuscire a far propria la *logica dialettica* per quanto essa impiega come piano di analisi il pratico e il concreto, Trotsky non riesce a servirsene neppure per quanto concerne il modo di pensare la differenza.
Tutto il suo ragionamento costituisce una «messa in oblio del marxismo» per mezzo di «una definizione teoricamente errata, eclettica, del rapporto tra politica ed economia».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1975, *Opere scelte in sei volumi, VI*, Editori Riuniti, Roma, p. 339.}
Se già «la sostituzione dell'eclettismo al rapporto dialettico tra politica ed economia» rappresenta una caratteristica del pensiero di Bucharin, così «tutto l'opuscolo di Trotski, *Funzione e compiti dei sindacati*, del 25 dicembre, è permeato da capo a fondo dello stesso modo di pensare».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1975, *Opere scelte in sei volumi, VI*, Editori Riuniti, Roma, p. 345.}
Esso affronta in modo eclettico un numero considerevole di questioni, non riuscendo a cogliere una lunga serie di rapporti.
Tra questi:
a) il «rapporto tra politica ed economia»;
b) «il rapporto tra "scuola" e "apparato"» a proposito dei sindacati;
{Cfr. Lenin, Vladimir Ilic, 1975, *Opere scelte in sei volumi, VI*, Editori Riuniti, Roma, p. 349-50.}
c) il rapporto tra produzione e consumo.
{Cfr. Lenin, Vladimir Ilic, 1975, *Opere scelte in sei volumi, VI*, Editori Riuniti, Roma, p. 356.}

Verso il comandante dell'Armata Rossa, Lenin impiegherà epiteti roventi e toni segnatamente accesi: «il servizievole Trotski» scriveva già nel 1914, «è più pericoloso di un nemico ... egli ha interesse a speculare sul manifestarsi dei dissensi ... non ha mai avuto opinioni ferme su nessuna questione importante del marxismo».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1968, *Opere scelte*, Editori Riuniti, Roma, pp. 533-34.}
E nella polemica sui sindacati dopo aver rubricato le tesi di Trotsky come «politicamente dannose»,
{Lenin, Vladimir Ilic, 1968, *Opere scelte*, Editori Riuniti, Roma, p. 316.}
invita il partito a temprarsi «nella lotta contro una nuova malattia (nuova nel senso che dopo la Rivoluzione d'Ottobre l'avevamo dimenticata): il frazionismo».
{Lenin, Vladimir Ilic, 1968, *Opere scelte*, Editori Riuniti, Roma, p.357.}

Le due critiche osservate sopra--la prima di astrattismo o intellettualismo, la seconda di meccanicismo o eclettismo--costituiscono a ben vedere le medesime che, per ragioni diverse, verranno rivolte proprio a Trotsky anche da Antonio Gramsci.
In uno scritto del 1925 l'intellettuale sardo, parlando dell'ex Commissario del popolo agli affari esteri, rammenta come «la lunga militanza tra i menscevichi [avesse] lasciato in lui tracce profonde» offuscandogli la vista sulla complessità degli scenari storici che erano venuti ad aprirsi.
Sì, scrive Gramsci, «la vecchia ideologia menscevica ha impedito a Trotskij di applicare» alla nuova situazione politica «i criteri del leninismo».
{Gramsci, Antonio, 1974, *Per la verità*, Editori Riuniti, Roma, p. 308.}
E nei *Quaderni del carcere* «Bronstein» viene dapprima accusato di essere «il teorico politico dell'attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta»
{Gramsci, Antonio, 2001, *Quaderni del carcere*, Einaudi, Torino, Q 6, 138.}
e successivamente di dar seguito a un semplice «temperamento giacobino senza un contenuto politico adeguato ... [cioè non] secondo i nuovi rapporti storici [mal secondo un'etichetta letteraria e intellettualistica».
{Gramsci, Antonio, 2001, *Quaderni del carcere*, Einaudi, Torino, Q 19, 24.}

Ma accanto a questa accusa di astrattismo e intellettualismo, interviene anche quella di meccanicismo ed eclettismo.
Così scriveva nella seconda lettera a Togliatti del 1926:

>«Le opposizioni rappresentano in Russia tutti i vecchi pregiudizi del corporativismo di classe e del sindacalismo che pesano sulla tradizione del proletariato occidentale e ne ritardano lo sviluppo ideologico e politico».
{Gramsci, Antonio, 1973, *Scritti politici, III*, Editori Riuniti, Roma, p. 155.}

Qualche anno più tardi, nei *Quaderni del carcere*, allorché infuriava il dibattito sul "socialismo in un paese solo" e il "socialismo in tutto il mondo", Trotsky viene accusato di non aver compreso il nesso *nazionale/internazionale* e la sua teoria della *rivoluzione permanente* deprecata come «una forma di "napoleonismo" anacronistico e antinaturale».
{Gramsci, Antonio, 2001, *Quaderni del carcere*, Einaudi, Torino, Q 14, 68.}
L'errore proviene da un modo di pensare meccanicista che Gramsci inscrive pienamente nell'alveo della II Internazionale.
Così egli commenta i giudizi formulati dal dirigente russo su Antonio Labriola:
«È stupefacente che nelle sue *Memorie* Leone Bronstein [Trotskij ndc] parli di "dilettantismo" del Labriola. ... Non si capisce questo giudizio ... se non come un riflesso inconsapevole della pedanteria pseudoscientifica del gruppo intellettuale tedesco che ebbe tanta influenza in Russia».
{Gramsci, Antonio, 2001, *Quaderni del carcere*, Einaudi, Torino, Q 11, 70.}

Ben si comprendono allora le ragioni per cui in un articolo pubblicato su *l'Unità* il 27 luglio del 1926, dal titolo *Provvedimenti del CC del PC dell'URSS*,
l'intellettuale sardo invita i compagni a non far mancare il proprio appoggio al governo sovietico, sollecitando «tutta la Internazionale» a «stringersi solidamente intorno al Comitato centrale del Partito comunista della URSS per approvarne l'energia,
il rigore e lo spirito di decisione nel colpire implacabilmente» quelle che definisce le «correnti disgregatrici» (l'*Opposizione Unificata* messa in piedi da Kamenev, Zinovev e Trotsky),
le quali, attentando «all'unità del partito», giungevano a mettere seriamente a repentaglio «non soltanto l'avvenire della rivoluzione operaia russa, ma anche una delle più importanti condizioni per il successo della rivoluzione proletaria negli altri paesi».
{Gramsci, Antonio, 1974, *Per la verità*, Editori Riuniti, Roma, p. 401.}

La battaglia condotta da Gramsci e Lenin contro Trotsky e Bucharin assume dunque la fisionomia di una lotta condotta contro l'intelletto astratto (nelle sue due varianti di genericità ed eclettismo) e contro le sue deleterie ripercussioni sul piano politico.

## Conclusione

Vediamo, in sintesi, come la lettura approfondita di Hegel, la comprensione della logica dialettica, la tendenza a tener conto dell'Intero, dei suoi molteplici aspetti e delle sue relazioni concrete senza cadere in balia di posizioni di principio, in modi di ragionare unilaterali e astratti, tutto ciò (unito all'esperienza pratica) abbia consentito a Lenin e Gramsci di sviluppare non soltanto una coscienza filosofica ma anche una coscienza politica di gran lunga superiore a quella di Trotsky e Bucharin.
Quanto a Lucio Colletti, non è difficile constatare oggi come sia distante rispetto al pensiero del filosofo di Treviri l'esito politico a cui l'ha condotto il marxismo antihegeliano della fase giovanile.
