Domenico Losurdo

Come precipitare un dio nell’inferno: il “Rapporto Chruščëv” (2008)

Un estratto da Stalin: Storia e critica di una leggenda nera (2008).


Indice

Un «enorme, cupo, capriccioso, degenerato mostro umano»

Se analizziamo oggi Sul culto della personalità e le sue conseguenze, letto da Chruščëv in una seduta riservata del Congresso del PCUS e divenuto poi celebre come Rapporto segreto, una caratteristica balza subito agli occhi: siamo in presenza di una requisitoria che si propone di liquidare Stalin sotto ogni aspetto. A essere responsabile di crimini orrendi era un individuo spregevole sia sul piano morale sia su quello intellettuale. Oltre che spietato, il dittatore era anche risibile: conosceva il paese e la situazione agricola «solo per mezzo dei film»; e, per di più, di film che «abbellivano» la realtà sino al punto da renderla irriconoscibile. [1] Più che da una logica politica o realpolitica, la repressione sanguinosa da lui scatenata era stata dettata dal capriccio personale e da una patologica libido dominandi. Emergeva così il ritratto — osservava compiaciuto Deutscher nel giugno 1956, folgorato dalle “rivelazioni” di Chruščëv e dimentico del rispettoso e a tratti ammirato ritratto di Stalin da lui tracciato tre anni prima — di un «enorme, cupo, capriccioso, degenerato mostro umano». [2] Il despota spietato era stato così privo di scrupoli da essere sospettato di aver tramato l’assassinio di quello che era o sembrava essere il suo migliore amico, Kirov, in modo da poter accusare di questo crimine e liquidare l’uno dopo l’altro gli oppositori, reali o potenziali, veri o immaginari, del potere. [3] Né la spietata repressione si era abbattuta solo su individui e gruppi politici. No, essa aveva comportato «le deportazioni di massa di intere popolazioni», arbitrariamente accusate e condannate in blocco per connivenza col nemico. Ma almeno aveva Stalin contribuito a salvare il suo paese e il mondo dall’orrore del Terzo Reich? Al contrario — incalzava Chruščëv — la Grande guerra patriottica era stata vinta nonostante la follia del dittatore: era stato solo grazie alla sua imprevidenza, alla sua ostinazione, alla cieca fiducia da lui riposta in Hitler che le truppe del Terzo Reich erano riuscite inizialmente ad irrompere in profondità nel territorio sovietico, seminando morte e distruzione su larghissima scala.

Sì, per colpa di Stalin, al tragico appuntamento l’Unione Sovietica era giunta impreparata e indifesa: «Noi avevamo cominciato a modernizzare il nostro equipaggiamento militare solo alla vigilia della guerra […]. All’inizio della guerra eravamo privi anche di un numero di fucili sufficiente per armare gli effettivi mobilitati». Come se tutto ciò non bastasse, «dopo le prime disfatte e i primi disastri al fronte» il responsabile di tutto ciò si era abbandonato allo scoramento e persino all’apatia. Vinto dalla sensazione della disfatta («Tutto ciò che Lenin aveva creato noi l’abbiamo perduto per sempre»), incapace di reagire, Stalin «si astenne per lungo tempo dal dirigere le operazioni militari e smise di occuparsi di qualunque cosa». [4] È vero, trascorso qualche tempo, piegandosi finalmente alle insistenze degli altri membri dell’Ufficio politico, era tornato al suo posto. Non l’avesse mai fatto! A dirigere monocraticamente, anche sul piano militare, l’Unione Sovietica impegnata in una prova mortale era stato un dittatore così incompetente da non avere alcuna «familiarità con la condotta delle operazioni militari». È un capo d’accusa su cui il Rapporto segreto insiste con forza: «Bisogna tener presente che Stalin preparava i suoi piani su di un mappamondo. Sì, compagni, egli segnava la linea del fronte sul mappamondo». [5] Nonostante tutto, la guerra si era felicemente conclusa; e, tuttavia, la paranoia sanguinaria del dittatore si era ulteriormente aggravata.

A questo punto si può considerare completo il ritratto del «degenerato mostro umano» che emerge, secondo l’osservazione di Deutscher, dal Rapporto segreto.

Erano trascorsi appena tre anni dalle manifestazioni di cordoglio provocate dalla morte di Stalin, e così forte e persistente era ancora la sua popolarità che, almeno in URSS, la campagna lanciata da Chruščëv incontrò inizialmente una «forte resistenza»:

Il 5 marzo 1956 gli studenti a Tiblisi scesero in strada per deporre fiori al monumento a Stalin in occasione del terzo anniversario della sua morte e questo gesto in onore di Stalin si trasformò in una protesta contro le deliberazioni del XX Congresso. Le dimostrazioni e le assemblee proseguirono per cinque giorni, finché, la sera del 9 marzo, furono mandati carri armati in città per restaurare l’ordine. [6]

Forse questo spiega le caratteristiche del testo che stiamo esaminando. In URSS e nel campo socialista era in corso un’aspra lotta politica, e il ritratto caricaturale di Stalin serviva egregiamente a delegittimare gli “stalinisti” che potevano fare ombra al nuovo leader. Il «culto della personalità», che sino a quel momento aveva imperversato, non consentiva giudizi più sfumati: occorreva precipitare un dio nell’inferno. Qualche decennio prima, nel corso di un’altra battaglia politica dalle caratteristiche diverse, ma non meno aspra, Trockij aveva tracciato anche lui un ritratto di Stalin teso non solo a condannarlo sul piano politico e morale, ma anche a ridicolizzarlo sul piano personale: si trattava di un «piccolo provinciale», di un individuo caratterizzato sin dagli inizi da un’irrimediabile mediocrità e goffaggine, che dava regolarmente cattiva prova di sé in ambito politico, militare e ideologico, che non riusciva mai a dismettere la «rozzezza del contadino». Certo, nel 1913 aveva pubblicato un saggio di innegabile valore teorico (Il marxismo e il problema delle nazionalità), ma il vero autore era Lenin, mentre il firmatario andava inserito nella categoria degli «usurpatori» dei «diritti intellettuali» del grande rivoluzionario.

Tra i due ritratti non mancano i punti di contatto. Chruščëv insinua che il vero mandante dell’assassinio di Kirov era stato Stalin, ma quest’ultimo era stato accusato o sospettato da Trockij di aver con la sua «ferocia mongolica» accelerato la morte di Lenin. [7] Il Rapporto segreto rimprovera a Stalin la fuga codarda dalle sue responsabilità agli inizi dell’aggressione hitleriana, ma già il 2 settembre 1939, con largo anticipo rispetto all’operazione Barbarossa, Trockij aveva scritto che la «nuova aristocrazia» al potere a Mosca era fra l’altro caratterizzata dalla «sua incapacità di condurre una guerra»; la «casta dominante» in Unione Sovietica era destinata ad assumere l’atteggiamento «proprio di tutti i regimi destinati al tramonto: “dopo di noi il diluvio”». [8]

Largamente convergenti tra di loro, sino a che punto questi due ritratti resistono all’indagine storica? Conviene cominciare ad analizzare il Rapporto segreto che, ufficializzato da un Congresso del PCUS e dai massimi dirigenti del partito al potere, si impone subito come la rivelazione di una verità a lungo repressa ma ormai incontestabile.

La Grande guerra patriottica e le «invenzioni» di Chruščëv

A partire da Stalingrado e dalla disfatta inflitta al Terzo Reich (ad una potenza che pareva invincibile), Stalin aveva acquisito enorme prestigio in tutto il mondo. E, non a caso, su questo punto Chruščëv si sofferma in modo particolare. Egli descrive in termini catastrofici l’impreparazione militare dell’Unione Sovietica, il cui esercito, in alcuni casi, sarebbe stato sprovvisto persino dell’armamento più elementare. Direttamente contrapposto è il quadro emergente da uno studio che sembra pervenire dagli ambienti della Bundeswehr e che comunque fa largo uso dei suoi archivi militari. Vi si parla della «molteplice superiorità dell’Armata rossa in carri armati, aerei e pezzi d’artiglieria»; d’altro canto, «la capacità industriale dell’Unione Sovietica aveva raggiunto dimensioni tali da poter procurare alle forze armate sovietiche un armamento pressoché inimmaginabile». Esso cresce a ritmi sempre più serrati man mano che ci si avvicina all’operazione Barbarossa. Un dato è particolarmente eloquente: se nel 1940 l’Unione Sovietica produceva 358 carri armati del tipo più avanzato, nettamente superiori a quelli a disposizione degli altri eserciti, nel primo semestre dell’anno successivo ne produceva 1.503. [9] A loro volta, i documenti provenienti dagli archivi russi dimostrano che, almeno nei due anni immediatamente precedenti l’aggressione del Terzo Reich, Stalin è letteralmente ossessionato dal problema dell’«incremento quantitativo» e del «miglioramento qualitativo dell’intero apparato militare». Alcuni dati sono di per sé eloquenti: se nel primo piano quinquennale ammontano al 5,4% delle spese statali complessive, nel 1941 gli stanziamenti per la difesa salgono al 43,4%; «nel settembre 1939, su ordine di Stalin il Politbjuro prese la decisione di costruire entro il 1941 nove nuove fabbriche per la produzione di aerei»; al momento dell’invasione hitleriana «l’industria aveva prodotto 2.700 aerei moderni e 4.300 carri armati». [10] A giudicare da questi dati, tutto si può dire, tranne che l’URSS sia giunta impreparata al tragico appuntamento con la guerra.

D’altro canto, già un decennio fa una storica statunitense ha inferto un duro colpo al mito del crollo e della fuga dalle sue responsabilità da parte del dirigente sovietico subito dopo l’inizio dell’invasione nazista: «per quanto scosso, il giorno dell’attacco Stalin indisse una riunione di undici ore con capi di partito, di governo e militari, e nei giorni successivi fece lo stesso». [11] Ma ora abbiamo a disposizione il registro dei visitatori dell’ufficio di Stalin al Cremlino, scoperto agli inizi degli anni novanta: risulta che sin dalle ore immediatamente successive all’aggressione il leader sovietico si impegna in una fittissima rete di incontri e iniziative per organizzare la resistenza. Sono giorni e notti caratterizzati da un’«attività […] estenuante», ma ordinata. In ogni caso, «l’intero episodio [raccontato da Chruščëv] è totalmente inventato», questa «storia è falsa». [12] In realtà sin dagli inizi dell’operazione Barbarossa, Stalin non solo prende le decisioni più impegnative, impartendo disposizioni per lo spostamento della popolazione e degli impianti industriali dalla zona del fronte, ma «controlla tutto in modo minuzioso, dalla grandezza e dalla forma delle baionette sino agli autori e ai titoli degli articoli della “Pravda”». [13] Non c’è traccia né di panico né di isteria. Leggiamo la nota di diario e la testimonianza di Dimitrov: «Alle 7 di mattina mi hanno chiamato con urgenza al Cremlino. La Germania ha attaccato l’URSS. È iniziata la guerra […]. Sorprendente calma, fermezza, sicurezza in Stalin e in tutti gli altri». Ancora di più colpisce la chiarezza di idee. Non si tratta solo di procedere alla «mobilitazione generale delle nostre forze». È necessario anche definire il quadro politico. Sì, «solo i comunisti possono vincere i fascisti», ponendo fine all’ascesa apparentemente irresistibile del Terzo Reich, ma non bisogna perdere di vista la reale natura del conflitto: «I partiti [comunisti] sviluppano sul posto un movimento in difesa dell’URSS. Non porre la questione della rivoluzione socialista. Il popolo sovietico combatte una guerra patriottica contro la Germania fascista. Il problema è la disfatta del fascismo, che ha asservito una serie di popoli e tenta di asservire anche altri popoli». [14]

La strategia politica che avrebbe presieduto alla Grande guerra patriottica è ben delineata. Già alcuni mesi prima Stalin aveva sottolineato che, all’espansionismo dispiegato dal Terzo Reich «all’insegna dell’asservimento, della sottomissione degli altri popoli», questi rispondevano con giuste guerre di resistenza e liberazione nazionale. Il 5 maggio 1941 Stalin osserva: «È forse invincibile l’esercito tedesco? No. Non è invincibile […]. Adesso la Germania prosegue la guerra all’insegna dell’asservimento, della sottomissione degli altri popoli, all’insegna dell’egemonia. Questo è un grande handicap dell’esercito tedesco». [15] D’altro canto, a coloro che scolasticamente contrapponevano patriottismo e internazionalismo, l’Internazionale comunista aveva provveduto a rispondere ancora una volta già prima dell’aggressione hitleriana, come risulta dalla nota di diario di Dimitrov del 12 maggio 1941:

Bisogna sviluppare l’idea che coniuga un sano nazionalismo, correttamente inteso, con l’internazionalismo proletario. L’internazionalismo proletario deve poggiare su questo nazionalismo nei singoli paesi […]. Tra il nazionalismo correttamente inteso e l’internazionalismo proletario non c’è e non può esserci contraddizione. Il cosmopolitismo senza patria, che nega il sentimento nazionale e l’idea di patria, non ha nulla da spartire con l’internazionalismo proletario. [16]

Ben lungi dall’essere una reazione improvvisata e disperata alla situazione venutasi a creare con lo scatenamento dell’operazione Barbarossa, la strategia della Grande guerra patriottica esprimeva un orientamento teorico maturato da tempo e di carattere generale: l’internazionalismo e la causa internazionale dell’emancipazione dei popoli avanzavano concretamente sull’onda delle guerre di liberazione nazionale, rese necessarie dalla pretesa di Hitler di riprendere e radicalizzare la tradizione coloniale, assoggettando e schiavizzando in primo luogo le presunte razze servili dell’Europa orientale. Sono i motivi ripresi nei discorsi e nelle dichiarazioni pronunciati da Stalin nel corso della guerra: essi costituirono «significative pietre miliari nella chiarificazione della strategia militare sovietica e dei suoi obbiettivi politici e giocarono un ruolo importante nel rafforzare il morale popolare»; [17] ed essi assunsero un rilievo anche internazionale, come osservava contrariato Goebbels a proposito dell’appello radio del 3 luglio 1941, che «suscita enorme ammirazione in Inghilterra e negli usa». [18]

Una serie di campagne di disinformazione e l’operazione Barbarossa

Persino sul piano della condotta militare vera e propria il Rapporto segreto ha smarrito ogni credibilità. Secondo Chruščëv, incurante degli «avvertimenti» che da più parti gli provenivano circa l’imminenza dell’invasione, Stalin va irresponsabilmente incontro allo sbaraglio. Che dire di questa accusa? Intanto, anche le informazioni provenienti da un paese amico possono risultare errate: ad esempio, il 17 giugno 1942 Franklin Delano Roosevelt mette in guardia Stalin contro un imminente attacco giapponese, che poi non si verifica. [19] Soprattutto, alla vigilia dell’aggressione hitleriana l’URSS è costretta a districarsi tra gigantesche manovre di diversione e di disinformazione. Il Terzo Reich s’impegna massicciamente a far credere che l’ammassamento di truppe a est miri solo a camuffare l’imminente balzo al di là della Manica, e ciò appare tanto più credibile dopo la conquista dell’isola di Creta. «L’intero apparato statale e militare è mobilitato», annota compiaciuto Goebbels sul suo diario (31 maggio 1941), per inscenare la «prima grande ondata mimetizzatrice» dell’operazione Barbarossa. Ecco allora che «14 divisioni sono trasportate a ovest»; [20] per di più, tutte le truppe schierate sul fronte occidentale sono messe in stato di massima allerta. [21] Circa due settimane dopo l’edizione berlinese del “Völkischer Beobachter” pubblica un articolo che addita l’occupazione di Creta come modello per la progettata resa dei conti con l’Inghilterra: poche ore dopo il giornale è sequestrato al fine di dare l’impressione che sia stato maldestramente tradito un segreto di enorme importanza. Tre giorni dopo (14 giugno) Goebbels annota sul suo diario: «Le radio inglesi dichiarano già che il nostro spiegamento contro la Russia è solo un bluffi, dietro il quale cercavamo di nascondere i nostri preparativi per l’invasione [dell’Inghilterra]». [22] A questa campagna di disinformazione se ne aggiungeva da parte della Germania un’altra: venivano fatte circolare voci, secondo cui il dispiegamento militare a est si proponeva di fare pressioni sull’URSS, eventualmente col ricorso ad un ultimatum, perché Stalin accettasse di ridefinire le clausole del patto tedesco-sovietico e si impegnasse ad esportare in maggiore quantità i cereali, il petrolio e il carbone di cui aveva bisogno il Terzo Reich coinvolto in una guerra che non accennava a concludersi. Si mirava cioè a far credere che la crisi fosse solubile con nuove trattative e con qualche concessione supplementare da parte di Mosca. [23] A questa conclusione pervenivano in Gran Bretagna i servizi d’informazione dell’esercito e i vertici militari che ancora il 22 maggio avvertivano il Gabinetto di guerra: «Hitler non ha ancora deciso se perseguire i suoi obbiettivi [in direzione dell’URSS] con la persuasione o con la forza delle armi». [24] Il 14 giugno Goebbels annota soddisfatto sul suo diario: «In generale si crede ancora ad un bluff ovvero a un tentativo di ricatto». [25]

Non bisogna sottovalutare neppure la campagna di disinformazione inscenata sul versante opposto e iniziata già due anni prima: nel novembre 1939, la stampa francese pubblica un fantomatico discorso (pronunciato dinanzi al Politbjuro il 19 agosto di quello stesso anno) in cui Stalin avrebbe esposto un piano per indebolire l’Europa, stimolando al suo interno una guerra fratricida, e poi sovietizzarla. Non ci sono dubbi: si tratta di un falso, che mirava a far saltare il patto di non aggressione tedesco-sovietico e a indirizzare verso est la furia espansionistica del Terzo Reich. [26] Secondo una diffusa leggenda storiografica, alla vigilia dell’aggressione hitleriana, il governo di Londra avrebbe ripetutamente e disinteressatamente messo in guardia Stalin, il quale però, da buon dittatore, si sarebbe fidato solo del suo omologo berlinese. In realtà, se da un lato comunica a Mosca le informazioni relative all’operazione Barbarossa, dall’altro la Gran Bretagna diffonde voci su un imminente attacco dell’URSS contro la Germania o i territori da essa occupati. [27] Evidente e comprensibile è l’interesse a rendere inevitabile o far precipitare il più rapidamente possibile il conflitto tedesco-sovietico.

Interviene poi il misterioso volo in Inghilterra di Rudolf Hess, chiaramente animato dalla speranza di ricostituire l’unità dell’Occidente nella lotta contro il bolscevismo, conferendo così concretezza al programma enunciato dal Mein Kampf di alleanza e solidarietà dei popoli germanici nella loro missione civilizzatrice. Gli agenti sovietici all’estero informano il Cremlino che il numero due del regime nazista ha preso la sua iniziativa in pieno accordo col Führer. [28] D’altro canto, personalità di un certo rilievo del Terzo Reich hanno continuato sino all’ultimo a sostenere la tesi secondo la quale Hess aveva agito su incoraggiamento di Hitler. Questi in ogni caso sente il bisogno di inviare immediatamente a Roma il ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop al fine di fugare in Mussolini qualsiasi sospetto che la Germania stia tramando una pace separata con la Gran Bretagna. [29] Ovviamente, ancora più forte è la preoccupazione da questo colpo di scena suscitata a Mosca, tanto più che ad alimentarla ulteriormente provvede l’atteggiamento del governo britannico: esso non sfrutta la «cattura del vice Führer» al fine di conseguire «il massimo profitto propagandistico, cosa che sia Hitler sia Goebbels si attendevano impauriti»; anzi, l’interrogatorio di Hess — riferisce da Londra a Stalin l’ambasciatore Ivan Majskij — è affidato ad un fautore della politica di appeasement. Mentre lasciano la porta aperta ad un riavvicinamento anglosovietico, i servizi segreti di Sua Maestà si impegnano a diffondere le voci, che ormai dilagano, di un’imminente pace separata tra Londra e Berlino; tutto ciò al fine di accrescere la pressione sull’Unione Sovietica (che forse avrebbe cercato di prevenire la paventata saldatura dell’alleanza tra Gran Bretagna e Terzo Reich con un attacco preventivo dell’Armata rossa contro la Wehrmacht) e di rafforzare comunque la capacità contrattuale dell’Inghilterra. [30]

Ben si comprendono la cautela e la diffidenza del Cremlino: era in agguato il pericolo di una riedizione di Monaco su scala ben più larga e ben più tragica. Si può altresì ipotizzare che la seconda campagna di disinformazione inscenata dal Terzo Reich abbia giocato un ruolo. Stando almeno alla trascrizione rinvenuta negli archivi del partito comunista sovietico, pur dando per scontato il coinvolgimento a breve termine dell’URSS nel conflitto, nel discorso rivolto il 5 maggio 1941 ai licenziandi dell’Accademia militare Stalin sottolineava come storicamente la Germania avesse conseguito la vittoria quando era stata impegnata su un solo fronte, mentre aveva subito la sconfitta allorché era stata costretta a combattere contemporaneamente a est e a ovest. [31] Ecco, Stalin potrebbe aver sottovalutato la sicumera con cui Hitler era pronto ad aggredire l’URSS. D’altro canto, egli ben sapeva che una precipitosa mobilitazione totale avrebbe fornito al Terzo Reich su un piatto d’argento il casus belli, com’era avvenuto allo scoppio della Prima guerra mondiale. C’è comunque un punto fermo: pur muovendosi con circospezione in una situazione assai aggrovigliata, il leader sovietico procede a una «accelerazione dei preparativi di guerra». In effetti, «tra maggio e giugno sono richiamati 800.000 riservisti, a metà maggio 28 divisioni sono dislocate nei distretti occidentali dell’Unione Sovietica», mentre procedono a ritmo serrato i lavori di fortificazione delle frontiere e di camuffamento degli obiettivi militari più sensibili. «Nella notte tra 21 e il 22 giugno questa vasta forza è messa in allarme e chiamata a prepararsi per un attacco di sorpresa da parte dei tedeschi». [32]

Per screditare Stalin, Chruščëv insiste sulle spettacolari vittorie iniziali dell’esercito invasore, ma sorvola sulle previsioni a suo tempo formulate in Occidente. Dopo lo smembramento della Cecoslovacchia e l’ingresso a Praga della Wehrmacht, lord Halifax aveva continuato a respingere l’idea di un riavvicinamento dell’Inghilterra all’URSS facendo ricorso a questo argomento: non aveva senso allearsi con un paese le cui forze armate erano «insignificanti». [33] Alla vigilia dell’operazione Barbarossa o al momento del suo scatenamento i servizi segreti britannici avevano calcolato che l’Unione Sovietica sarebbe stata «liquidata in 8-10 settimane»; [34] a loro volta, i consiglieri del segretario di Stato americano (Henry L. Stimson) avevano previsto il 23 giugno che tutto si sarebbe concluso in un periodo di tempo tra uno e tre mesi. [35] Peraltro, la fulminea penetrazione in profondità della Wehrmacht — osserva ai giorni nostri un illustre studioso di storia militare — si spiega agevolmente con la geografia:

L’estensione del fronte — 1.800 miglia — e la scarsità di ostacoli naturali offrivano all’aggressore immensi vantaggi per l’infiltrazione e la manovra. Nonostante le dimensioni colossali dell’Armata rossa, il rapporto tra le sue forze e lo spazio era così sfavorevole che le unità meccanizzate tedesche potevano trovare agevolmente le occasioni di manovre indirette alle spalle del loro avversario. Inoltre, le città largamente distanziate e dove convergevano strade e ferrovie offrivano all’aggressore la possibilità di puntare su obiettivi alternativi, mettendo il nemico nella difficile situazione di dover indovinare la reale direzione di marcia e di dover affrontare un dilemma dopo l’altro. [36]

Il rapido delinearsi del fallimento della guerra-lampo

Non bisogna lasciarsi abbagliare dalle apparenze: a ben guardare, il progetto del Terzo Reich di rinnovare a est il trionfale Blitzkrieg realizzato a ovest comincia a rivelarsi problematico già nelle prime settimane del gigantesco scontro. [37] A tale proposito risultano illuminanti i diari di Joseph Goebbels. All’immediata vigilia dell’aggressione egli sottolinea l’irresistibilità dell’imminente attacco tedesco, «senza dubbio il più poderoso che la storia abbia mai conosciuto»; nessuno potrà seriamente contrastare il «più forte schieramento della storia universale». [38] E dunque: «Siamo dinanzi ad una marcia trionfale senza precedenti […]. Considero la forza militare dei russi molto bassa, ancora più bassa di quanto la consideri il Führer. Se c’era e se c’è un’azione sicura, è questa». [39] In realtà non è inferiore la sicumera di Hitler, che qualche mese prima con un diplomatico bulgaro così si era espresso a proposito dell’esercito sovietico: è solo una «barzelletta». [40]

Sennonché, sin dall’inizio gli invasori si imbattono, nonostante tutto, in spiacevoli sorprese: «Il 25 giugno, in occasione del primo raid su Mosca, la difesa antiaerea si rivela di una tale efficacia che da quel momento la Luftwaffe è costretta a limitarsi a raids notturni a ranghi ridotti». [41] Bastano dieci giorni di guerra perché comincino a cadere in crisi le certezze della vigilia.

Il 2 luglio Goebbels annota nel suo diario:

Nel complesso, si combatte molto duramente e ostinatamente. Non si può in alcun modo parlare di passeggiata. Il regime rosso ha mobilitato il popolo. [42]

Gli avvenimenti incalzano e l’umore dei dirigenti nazisti muta in modo radicale, come emerge sempre dal diario di Goebbels.

24 luglio:

Non possiamo nutrire alcun dubbio sul fatto che il regime bolscevico, che esiste da quasi un quarto di secolo, ha lasciato profonde tracce nei popoli dell’Unione Sovietica. […] Sarebbe dunque giusto mettere con grande chiarezza in evidenza, dinanzi al popolo tedesco, la durezza della lotta che si svolge a est. Bisogna dire alla nazione che questa operazione è molto difficile, ma che possiamo superarla e che la supereremo. [43]

1° agosto:

Nel quartier generale del Führer […] apertamente si ammette anche che ci si è un po’ sbagliati nella valutazione della forza militare sovietica. I bolscevichi rivelano una resistenza maggiore di quella che supponessimo; soprattutto i mezzi materiali a loro disposizione sono maggiori di quanto pensassimo. [44]

19 agosto:

Il Führer è intimamente molto irritato con se stesso per il fatto di essersi lasciato ingannare sino a tal punto sul potenziale dei bolscevichi dai rapporti [degli agenti tedeschi inviati] dall’Unione Sovietica. Soprattutto la sua sottovalutazione dei carri armati e dell’aviazione del nemico ci ha creato molti problemi. Egli ne ha sofferto molto. Si tratta di una grave crisi […]. Messe a confronto, le campagne condotte sinora erano quasi passeggiate […]. Per quanto riguarda l’ovest il Führer non ha alcun motivo di preoccupazione […]. Col rigore e con l’oggettività di noi tedeschi abbiamo sempre sopravvalutato il nemico, con l’eccezione in questo caso dei bolscevichi. [45]

16 settembre:

Abbiamo calcolato il potenziale dei bolscevichi in modo del tutto errato. [46]

Gli studiosi di strategia militare sottolineano le difficoltà impreviste in cui in Unione Sovietica subito si imbatte una macchina da guerra poderosa, sperimentata e circonfusa dal mito dell’invincibilità. [47] È «particolarmente significativa per l’esito della guerra orientale la battaglia di Smolensk della seconda metà di luglio del 1941 (finora rimasta nella ricerca ampiamente coperta dall’ombra di altri accadimenti)». [48] L’osservazione è di un illustre storico tedesco, che riporta poi queste eloquenti note di diario stese dal generale Fedor von Bock il 20 e il 26 luglio:

Il nemico vuole riconquistare Smolensk ad ogni costo e vi fa giungere sempre nuove forze. L’ipotesi espressa da qualche parte che il nemico agisca senza un piano non trova riscontro nei fatti […]. Si constata che i russi hanno portato a termine intorno al fronte da me costruito in avanti un nuovo compatto spiegamento di forze. In molti punti essi tentano di passare all’attacco. Sorprendente per un avversario che ha subito simili colpi; deve possedere una quantità incredibile di materiale, infatti le nostre truppe lamentano ancora adesso il forte effetto dell’artiglieria nemica.

Ancora più inquieto e anzi decisamente pessimista è l’ammiraglio Wilhelm Canaris, dirigente del controspionaggio, che, parlando col generale von Bock il 17 luglio, commenta: «Vedo nero su nero». [49]

Non solo l’esercito sovietico non è allo sbando neppure nei primi giorni e nelle prime settimane dell’attacco e anzi oppone «tenace resistenza», ma esso risulta ben guidato, come rivela fra l’altro la «risolutezza di Stalin di arrestare l’avanzata tedesca nel punto per lui determinante». I risultati di questa accorta guida militare si rivelano anche sul piano diplomatico: è proprio perché «impressionato dall’ostinato scontro nell’area di Smolensk» che il Giappone, lì presente con osservatori, decide di respingere la richiesta del Terzo Reich di partecipazione alla guerra contro l’Unione Sovietica. [50] L’analisi dello storico tedesco fieramente anticomunista è confermata in pieno da studiosi russi sull’onda del Rapporto Chruščëv distintisi quali campioni della lotta contro lo “stalinismo”: «I piani del Blitzkrieg [tedesco] erano già naufragati alla metà di luglio». [51] In questo contesto non appare formale l’omaggio che il 14 agosto 1941 Churchill e F. D. Roosevelt rendono alla «splendida difesa» dell’esercito sovietico. [52] Anche al di fuori dei circoli diplomatici e governativi, in Gran Bretagna — ci informa una nota di diario di Beatrice Webb — cittadini ordinari e persino di orientamento conservatore mostrano «vivo interesse per il coraggio e per l’iniziativa sorprendenti e per il magnifico equipaggiamento delle forze dell’Armata rossa, per l’unico Stato sovrano in grado di contrastare la potenza pressoché mitica della Germania di Hitler». [53] Nella stessa Germania, già tre settimane dopo l’inizio dell’operazione Barbarossa, cominciano a circolare voci che mettono radicalmente in dubbio la versione trionfalistica del regime. È quello che emerge dal diario di un eminente intellettuale tedesco di origine ebraica: a quanto pare, ad est «subiremmo perdite immense, avremmo sottovalutato la forza di resistenza dei russi», i quali «sarebbero inesauribili in uomini e materiale bellico». [54]

A lungo letta come espressione di insipienza politico-militare o addirittura di cieca fiducia nei confronti del Terzo Reich, la condotta estremamente cauta di Stalin nelle settimane che precedono lo scoppio delle ostilità appare ora in una luce del tutto diversa: «Il concentramento delle forze della Wehrmacht lungo il confine con l’URSS, la violazione dello spazio aereo sovietico e numerose altre provocazioni avevano un unico scopo: attirare il grosso dell’Armata rossa il più vicino possibile al confine. Hitler intendeva vincere la guerra in una singola gigantesca battaglia». A sentirsi attratti dalla trappola sono persino valorosi generali che, in previsione dell’irruzione del nemico, premono per un massiccio spostamento di truppe alla frontiera: «Stalin respinse categoricamente la richiesta, insistendo sulla necessità di mantenere riserve di vasta scala a considerevole distanza dalla linea del fronte». Più tardi, avendo preso visione dei piani strategici degli ideatori dell’operazione Barbarossa, il maresciallo Georgij K. Zukov ha riconosciuto la saggezza della linea adottata da Stalin: «Il comando di Hitler contava su uno spostamento del grosso delle nostre forze al confine con l’intenzione di circondarlo e distruggerlo». [55]

In effetti, nei mesi che precedono l’invasione dell’URSS, discutendo coi suoi generali, il Führer osserva: «Problema dello spazio russo. L’ampiezza infinita dello spazio rende necessaria la concentrazione in punti decisivi». [56] Più tardi, ad operazione Barbarossa già iniziata, in una conversazione egli chiarisce ulteriormente il suo pensiero: «Nella storia mondiale ci sono state sinora solo tre battaglie di annientamento: Canne, Sedan e Tannenberg. Possiamo essere orgogliosi per il fatto che due di esse sono state vittoriosamente combattute da eserciti tedeschi». [57] Sennonché, per la Germania si rivela sempre più elusiva la terza e più grandiosa battaglia decisiva di accerchiamento e annientamento agognata da Hitler, il quale una settimana dopo è costretto a riconoscere che l’operazione Barbarossa aveva seriamente sottovalutato il nemico: «la preparazione bellica dei russi dev’essere considerata fantastica». [58] Trasparente è qui il desiderio del giocatore d’azzardo di giustificare il fallimento delle sue previsioni. E, tuttavia, a conclusioni non dissimili giunge lo studioso inglese di strategia militare già citato: il motivo della disfatta dei francesi risiede «non nella quantità o qualità del loro materiale bensì nella loro dottrina militare»; per di più, agisce rovinosamente lo schieramento troppo avanzato dell’esercito, che «compromette gravemente la sua duttilità strategica»; un errore simile era stato commesso anche dalla Polonia, favorito «dalla fierezza nazionale e dalla fiducia eccessiva dei militari». Nulla di tutto ciò si verifica in Unione Sovietica. [59]

Più importante delle singole battaglie è il quadro d’assieme: «Il sistema staliniano riuscì a mobilitare l’immensa maggioranza della popolazione e la quasi totalità delle risorse»; in particolare, «straordinaria» fu la «capacità dei sovietici», in una situazione così diffìcile come quella venutasi a creare nei primi mesi di guerra, «di evacuare e poi di riconvertire per la produzione militare un numero considerevole di industrie». Sì, «messo in piedi due giorni dopo l’invasione tedesca, il Comitato per l’evacuazione riuscì a spostare a est 1.500 grandi imprese industriali, al termine di operazioni titaniche di una grande complessità logistica». [60] Peraltro, questo processo di dislocazione era già iniziato nelle settimane o nei mesi che precedono l’aggressione hitleriana: Già agli inizi del maggio 1941, il generale Antonescu, che aveva da poco as sunto il potere in Romania, informa i suoi alleati tedeschi che «le fabbri che dei dintorni di Mosca hanno avuto ordine di trasferire le loro attrez zature all’interno del paese». [61] A conferma ulteriore del carattere fantasioso dell’accusa lanciata da Chruščëv.

C’è di più. Il gruppo dirigente sovietico aveva in qualche modo intuito le modalità della guerra, che si andava profilando all’orizzonte, già al momento in cui aveva promosso l’industrializzazione del paese: con una radicale svolta rispetto alla situazione precedente, esso aveva identificato «un punto focale nella Russia asiatica», lontano e al riparo dai presumibili aggressori. [62] In effetti, su ciò Stalin aveva insistito ripetutamente e vigorosamente. 31 gennaio 1931: s’imponeva la «creazione di un’industria nuova e ben attrezzata negli Urali, in Siberia, nel Kazachastan». Pochi anni dopo, il Rapporto pronunciato il 26 gennaio 1934 al XVII Congresso del PCUS aveva richiamato compiaciuto l’attenzione sul poderoso sviluppo industriale che nel frattempo si era verificato «in Asia centrale, nel Kazachastan, nelle Repubbliche dei Buriati, dei Tatari e dei Baschiri, negli Urali, nella Siberia orientale e occidentale, nell’Estremo Oriente ecc.». [63] Le implicazioni di tutto ciò non erano sfuggite a Trockij che qualche anno dopo, nell’analizzare i pericoli di guerra e il grado di preparazione dell’Unione Sovietica e nel sottolineare i risultati conseguiti dall’«economia pianificata» in ambito «militare», aveva osservato: «L’industrializzazione delle regioni remote, principalmente della Siberia, conferisce alle distese delle steppe e delle foreste un’importanza nuova». [64] Solo ora i grandi spazi assumevano tutto il loro valore e rendevano più problematica che mai la guerra-lampo tradizionalmente agognata e preparata dallo stato maggiore tedesco.

È proprio sul terreno dell’apparato industriale edificato in previsione della guerra che il Terzo Reich è costretto a registrare le sorprese più amare, come emerge da due commenti di Hitler.

29 novembre 1941:

Com’è possibile che un popolo così primitivo possa raggiungere simili traguardi tecnici in così poco tempo?. [65]

26 agosto 1942:

Per quanto riguarda la Russia, è incontestabile che Stalin ha elevato il tenore di vita. Il popolo russo non soffriva la fame [al momento dello scatenamento dell’operazione Barbarossa]. Nel complesso occorre riconoscere: sono state costruite officine dell’importanza delle Hermann Goering Werke là dove fino a due anni fa non esistevano che villaggi sconosciuti. Troviamo linee ferroviarie che non sono indicate sulle carte. [66]

A questo punto conviene dare la parola a tre studiosi fra loro assai diversi (l’uno russo e gli altri due occidentali). Il primo, che ha a suo tempo diretto l’Istituto sovietico di storia militare e che ha condiviso l’antistalinismo militante degli anni di Gorbacëv, sembra ispirato dall’intenzione di riprendere e radicalizzare la requisitoria del Rapporto Chruščëv. E, tuttavia, dai risultati stessi della sua ricerca egli si sente costretto a formulare un giudizio assai più sfumato: senza essere uno specialista e tanto meno il genio dipinto dalla propaganda ufficiale, già negli anni che precedono lo scoppio della guerra Stalin si occupa intensamente dei problemi della difesa, dell’industria della difesa e dell’economia di guerra nel suo complesso. [67] Sì, sul piano strettamente militare, solo attraverso tentativi ed errori anche gravi e «grazie alla dura prassi della quotidiana vita militare», egli «apprende gradualmente i principi della strategia». [68] In altri campi, però, il suo pensiero si rivela «più sviluppato di quello di molti leader militari sovietici». [69] Grazie anche alla lunga pratica di gestione del potere politico, Stalin non perde mai di vista il ruolo centrale dell’economia di guerra, e contribuisce a rafforzare la resistenza dell’URSS col trasferimento verso l’interno delle industrie belliche: «è pressoché impossibile sopravvalutare l’importanza di questa impresa». [70] [71] Grande attenzione il leader sovietico presta infine alla dimensione politico-morale della guerra. In questo campo egli «aveva idee del tutto fuori del comune», [72] come dimostra la decisione «coraggiosa e lungimirante», presa nonostante lo scetticismo dei suoi collaboratori, di effettuare la parata militare di celebrazione dell’anniversario della Rivoluzione d’ottobre il 7 novembre 1941, in una Mosca assediata e incalzata dal nemico nazista. [73] In sintesi, si può dire che rispetto ai militari di carriera e alla cerchia dei suoi collaboratori in generale, «Stalin mostra un pensiero più universale». [74] Ed è un pensiero — si può aggiungere — che non trascura neppure gli aspetti più minuti della vita e del morale dei soldati: informato del fatto che essi erano rimasti senza sigarette, grazie anche alla sua capacità di disbrigare «un enorme carico di lavoro», «nel momento cruciale della battaglia di Stalingrado, egli [Stalin] trovò il tempo di chiamare al telefono Akaki Mgeladze, capo del partito dell’Abhasia, la regione di coltivazione del tabacco: “I nostri soldati non hanno più la possibilità di fumare! Senza sigarette il fronte non regge!”». [75]

Nell’apprezzamento positivo di Stalin quale leader militare ancora oltre si spingono due autori occidentali. Se Chruščëv insiste sui travolgenti successi iniziali della Wehrmacht, il primo dei due studiosi cui qui faccio riferimento esprime questo medesimo dato di fatto con un linguaggio assai diverso: non è stupefacente che «la più grande invasione nella storia militare» abbia conseguito iniziali successi; la riscossa dell’Armata rossa dopo i colpi devastanti dell’invasione tedesca nel giugno 1941 fu «la più grande impresa d armi che il mondo avesse mai visto». [76] Il secondo studioso, docente in un’accademia militare statunitense, a partire dalla comprensione del conflitto nella prospettiva della lunga durata e dall’attenzione riservata alle retrovie come al fronte e alla dimensione economica e politica come a quella più propriamente militare della guerra, parla di Stalin come di un «grande stratega», anzi come del «primo vero stratega del ventesimo secolo». [77] È un giudizio complessivo che trova pienamente consenziente anche l’altro studioso occidentale qui citato, la cui tesi di fondo, sintetizzata nel risvolto di copertina, individua in Stalin il «più grande leader militare del ventesimo secolo». Si possono ovviamente discutere o sfumare questi giudizi così lusinghieri; resta il fatto che, almeno per quanto riguarda il tema della guerra, il quadro tracciato da Chruščëv ha perso qualsiasi credibilità.

Tanto più che, al momento della prova, l’URSS si rivela assai preparata anche da un altro essenziale punto di vista. Ridiamo la parola a Goebbels che, nello spiegare le impreviste difficoltà dell’operazione Barbarossa, oltre che al potenziale bellico del nemico, rinvia anche ad un altro fattore:

Ai nostri uomini di fiducia e alle nostre spie era pressocché impossibile di penetrare all’interno dell’Unione Sovietica. Essi non potevano acquisire un quadro preciso. I bolscevichi si sono direttamente impegnati a trarci in inganno. Di tutta una serie di armi da loro possedute, soprattutto di armi pesanti, non abbiamo avuto alcuna idea. Esattamente il contrario di quello che si è verificato in Francia, dove sapevamo in pratica tutto e non potevamo in alcun modo esser sorpresi. [78]

La carenza di «buonsenso» e le «deportazioni in massa di intere popolazioni»

Autore nel 1913 di un libro che l’aveva consacrato come teorico della questione nazionale, commissario del popolo alle nazionalità subito dopo la Rivoluzione d’ottobre, per il modo come aveva svolto il suo compito Stalin si era guadagnato il riconoscimento di personalità tra loro così diverse quali Arendt e De Gasperi. La riflessione sulla questione nazionale era da ultimo sfociata in un saggio sulla linguistica impegnato a dimostrare che, ben lungi dal dileguare in seguito al rovesciamento del potere politico di una determinata classe sociale, la lingua di una nazione ha una notevole stabilità, così come di una notevole stabilità gode la nazione che con essa si esprime. Anche questo saggio aveva contribuito a consolidare la fama di Stalin quale teorico della questione nazionale. Ancora nel 1965, pur nell’ambito di un atteggiamento di dura condanna, Louis Althusser attribuirà a Stalin il merito di essersi opposto alla «follia» che pretendeva «a ogni costo di fare della lingua una sovrastruttura» ideologica: grazie a queste «semplici paginette» — concluderà il filosofo francese — «intravedemmo che l’uso del criterio di classe non era senza limiti». [79] La dissacrazione-liquidazione in cui nel 1956 si impegna Chruščëv non poteva non prendere di mira, per ridicolizzarlo, il teorico e uomo politico che aveva dedicato particolare attenzione alla questione nazionale. Nel condannare «le deportazioni in massa di intere nazionalità», il Rapporto segreto sentenzia:

Non occorre essere marxisti-leninisti per capire ciò: qualunque persona di buonsenso si chiede come è possibile rendere intere nazioni responsabili di atti ostili, senza fare eccezioni per le donne, i bambini, i vecchi, i comunisti e i membri del Komsomol [la gioventù comunista] fino al punto di intraprendere contro di loro una repressione generale, gettandoli nella miseria e nella sofferenza senza altra causa che la vendetta per qualche misfatto perpetrato da individui o gruppi isolati. [80]

Fuori discussione è l’orrore della punizione collettiva, della deportazione imposta a popolazioni sospettate di scarsa lealtà patriottica. Disgraziatamente, ben lungi dal rinviare alla follia di un singolo individuo, questa pratica caratterizza in profondità la Seconda guerra dei trent’anni, a cominciare dalla Russia zarista che, pur alleata dell’Occidente liberale, nel corso del Primo conflitto mondiale conosce «un’ondata di deportazioni» di «dimensioni sconosciute in Europa», col coinvolgimento di circa un milione di persone (soprattutto di origine ebraica o germanica). [81] Di dimensioni più ridotte, ma tanto più significativa è la misura che nel corso del Secondo conflitto mondiale colpisce gli americani di origine giapponese, deportati e rinchiusi in campi di concentramento. Franklin D. Roosevelt fa internare in campo di concentramento i cittadini americani di origine giapponese, comprese donne e bambini. ## Eppure gli Stati Uniti sono in una situazione geo politica nettamente più favorevole che non l’Unione Sovietica. In ogni caso, dopo la battaglia delle Midway, non si può più parlare di problemi di sicurezza militare. E, tuttavia, gli americani di origine giapponese continuano ad essere rinserrati nei campi di concentramento: iniziato in modo graduale, Faccesso alla libertà giunge a compimento solo a metà del 1946, quasi un anno dopo la fine della guerra. Ancora più lento è il ritornò a casa dei cittadini latino-americani di origine giapponese dagli usa déportati da tredici paesi dell’America Latina: solo ne 1948 gli ultimi furono rilasciati dal “campo di internamento” ovvero di concentra mento di Crystal City, nel Texas. [82]

Oltre che al fine della rimozione di una potenziale quinta colonna, l’espulsione e deportazione di intere popolazioni può essere promossa in funzione del rifacimento o della ridefinizione della geografia politica. Nel corso della prima metà del Novecento, questa pratica infuria a livello planetario, dal Medio Oriente, dove gli ebrei appena scampati alla «soluzione finale» costringono alla fuga arabi e palestinesi, all’Asia, dove la spartizione tra India e Pakistan del gioiello dell’Impero inglese passa attraverso la «più grande migrazione forzata a livello mondiale del secolo». [83] Per restare sempre nel continente asiatico, vale la pena di dare uno sguardo a quel che avviene in una regione amministrata da una personalità o in nome di una personalità (il 14° Dalai Lama), successivamente destinata a conseguire il premio Nobel per la pace e a divenire sinonimo di non-violenza: «Nel luglio 1949 tutti gli han residenti [da più generazioni] a Lhasa furono espulsi dal Tibet», al fine sia di «fronteggiare la possibilità dell’attività di una “quinta colonna”», sia di rendere più omogenea la composizione demografica. [84]

Abbiamo a che fare con una pratica non solo messa in atto nelle più diverse aree geografiche e politico-culturali, ma in quei decenni esplicitamente teorizzata da personalità di grande rilievo. Nel 1938 David Ben Gurion, il futuro padre della patria in Israele, dichiara: «Sono favorevole al trasferimento forzato [degli arabi palestinesi]; non ci vedo nulla di immorale». [85] In effetti, a tale programma egli si atterrà coerentemente dieci anni dopo.

Ma qui occorrre concentrare l’attenzione soprattutto sull’Europa centro-orientale, dove si verifica una tragedia rimossa, ma che è tra le più grandi del Novecento. Complessivamente, circa sedici milioni e mezzo di tedeschi furono costretti ad abbandonare le loro case e due milioni e mezzo non sopravvissero alla gigantesca operazione di pulizia o di contropulizia etnica. [86] In questo caso è possibile procedere ad un confronto diretto tra Stalin da un lato e gli statisti occidentali e filoccidentali dall’altro. Quale atteggiamento assunsero questi ultimi in tale circostanza? Lo analizziamo sempre a partire da una storiografia che non può essere sospettata di indulgenza nei confronti dell’Unione Sovietica:

Fu il governo britannico che dal 1942 spinse per un generale trasferimento di popolazione dai territori tedeschi orientali e dai Sudeti […]. Più in là di tutti si spinse il sottosegretario di Stato Sargent, che richiese un’indagine «se la Gran Bretagna non dovesse incoraggiare il trasferimento in Siberia dei tedeschi della Prussia orientale e dell’Alta Slesia». [87]

Intervenendo alla Camera dei Comuni il 15 dicembre 1944 sul programmato «trasferimento di diversi milioni» di tedeschi, Churchill chiarì così il suo pensiero:

Per quello che siamo riusciti a capire, l’espulsione è il metodo più soddisfacente e più duraturo. Non ci sarà più un mescolamento delle popolazioni a provocare un disordine senza fine com’è avvenuto nel caso dell’Alsazia e Lorena. Sarà fatto un taglio netto. Non sono allarmato dalla prospettiva della separazione tra le popolazioni così come non sono allarmato dai trasferimenti su larga scala, che nelle moderne condizioni sono molto più agevoli di quanto siano mai stati nel passato. [88]

Ai piani di deportazione aderì poi, nel giugno 1943, F. D. Roosevelt; «quasi nello stesso momento Stalin acconsentì alle pressioni di Beneš per l’espulsione dei tedeschi dei Sudeti dalla Cecoslovacchia da restaurare». [89] Uno storico statunitense ritiene allora di dover trarre questa conclusione:

Alla fine, sulla questione dell’espulsione dei tedeschi nella Cecoslovacchia o nella Polonia post-bellica non vi fu in pratica nessuna differenza tra politici comunisti e non comunisti: su questo tema Beneš e Gottwald, Mikolajczyk e Bierut, Stalin e Churchill parlavano tutti la stessa lingua. [90]

Già questa conclusione basterebbe a confutare la contrapposizione in bianco e nero implicita nel Rapporto Chruščëv. In realtà, almeno per quanto riguarda i tedeschi dell’Europa orientale, a prendere l’iniziativa delle «deportazioni in massa di intere popolazioni» non fu Stalin; le responsabilità non si distribuirono in modo eguale. Finisce col riconoscerlo lo stesso storico statunitense precedentemente citato. In Cecoslovacchia, Jan Masaryk espresse la convinzione secondo cui «il tedesco è senz’anima, e le parole che capisce meglio sono le raffiche di mitra». Si trattava di un atteggiamento tutt’altro che isolato: «Finanche la Chiesa cattolica ceca fece sentire la propria voce. Monsignor Bohumil Stasek, canonico di Vysehrad, dichiarò: “Dopo mille anni è giunto il momento di regolare i conti con i tedeschi, che sono malvagi e per i quali il comandamento ‘Ama il prossimo tuo’ non si applica’”». [91] In queste circostanze, un testimone tedesco ricorda: «Dovemmo spesso chiedere aiuto ai russi contro i cechi, cosa che fecero spesso, sempre che non si trattasse di mettere le mani addosso a una donna». [92] Ma c’è di più. Diamo di nuovo la parola allo storico statunitense: «Nell’ex campo nazista di Theresienstadt, i tedeschi internati si chiedevano cosa sarebbe successo loro se il locale comandante russo non li avesse protetti dai cechi. Un rapporto segreto sovietico inviato a Mosca al Comitato centrale del partito comunista riferiva delle suppliche rivolte alle truppe sovietiche perché restassero: «“Se l’Armata rossa se ne va, siamo finiti.” Le manifestazioni di odio per i tedeschi sono palesi. [I cechi] non li uccidono ma li tormentano come fossero bestie. Li considerano degli animali». In effetti — osserva sempre lo storico che qui sto seguendo — «l’orribile trattamento inflitto dai cechi portò alla disperazione. Secondo statistiche ceche, soltanto nel 1946 i tedeschi che si suicidarono furono 5.558.» [93] Qualcosa di analogo avvenne in Polonia. In conclusione:

I tedeschi trovarono il personale militare russo molto più umano e responsabile dei cechi o dei polacchi del posto. Occasionalmente, i russi dettero da mangiare a bambini tedeschi affamati, laddove i cechi li lasciarono morire di inedia. A volte le truppe sovietiche davano agli esausti tedeschi un passaggio sui loro veicoli durante le lunghe marce per uscire dal paese, mentre i cechi restavano a guardarli con disprezzo o indifferenza. [94]

Lo storico statunitense parla di «cechi» o di «polacchi» in generale, ma in modo non del tutto corretto, come emerge dal suo stesso racconto:

La questione dell’espulsione dei tedeschi mise i comunisti cechi — e di altri paesi — in seria difficoltà. Durante la guerra, la posizione dei comunisti, articolata da Georgi Dimitrov a Mosca, era che i tedeschi responsabili della guerra e dei suoi crimini dovessero essere processati e condannati, mentre gli operai e i contadini tedeschi andavano rieducati. [95]

In effetti «in Cecoslovacchia furono i comunisti, una volta conquistato il potere nel febbraio 1948, a porre fine alla persecuzione delle poche minoranze etniche che erano rimaste». [96]

Contrariamente all’insinuazione di Chruščëv, nel confronto coi dirigenti borghesi dell’Europa occidentale e centrorientale, almeno in questo caso sono Stalin e il movimento comunista da lui diretto a rivelarsi meno sprovvisti di «buonsenso».

Ciò non avviene casualmente. Se, sul finire della guerra, F. D. Roosevelt dichiara di essere «più che mai assetato di sangue verso i tedeschi» per le atrocità da loro commesse e giunge persino ad accarezzare, per qualche tempo, l’idea della «castrazione» di un popolo così perverso, [97] ben diversamente si atteggia Stalin che già subito dopo lo scatenamento dell’operazione Barbarossa dichiara che la resistenza sovietica può contare sull’appoggio di «tutti i migliori uomini della Germania» e persino del «popolo tedesco asservito dai caporioni hitleriani». [98] Particolarmente solenne è la presa di posizione dell’agosto del 1942:

Sarebbe ridicolo identificare la cricca hitleriana col popolo tedesco, con lo Stato tedesco. Le esperienze della storia dimostrano che gli Hitler vanno e vengono, ma che il popolo tedesco, lo Stato tedesco rimane. La forza dell’Armata rossa risiede nel fatto che essa non nutre e non può nutrire alcun odio razziale contro altri popoli e quindi neppure contro il popolo tedesco; essa è educata nello spirito dell’eguaglianza di tutti i popoli e di tutte le razze, nello spirito del rispetto dei diritti degli altri popoli. [99]

Persino un anticomunista inflessibile qual è Ernst Nolte è costretto a riconoscere che l’atteggiamento assunto dall’Unione Sovietica nei confronti del popolo tedesco non presenta quei toni razzistici, riscontrabili talvolta nelle potenze occidentali. [100] Per concludere su questo punto; se non equamente distribuita, la carenza di “buonsenso” era ben diffusa tra i leader politici del Novecento.

Fin qui mi sono occupato delle deportazioni provocate dalla guerra e dal pericolo di guerra ovvero dal rifacimento e dalla ridefinizione della geografia politica. Almeno sino agli anni quaranta, negli Stati Uniti continuano invece ad infuriare le deportazioni messe in atto dai centri urbani che vogliono essere, come ammoniscono i cartelli collocati al loro ingresso, per whites only. Oltre agli afroamericani, ad essere colpiti sono anche i messicani, riclassificati come non bianchi in base ad un censimento del 1930: sono così deportati in Messico «migliaia di lavoratori e le loro famiglie, compresi molti americani di origine messicana». [101] Le misure di espulsione e deportazione dalle città che vogliono essere «solo per bianchi» ovvero «solo per caucasici» non risparmiano neppure gli ebrei. [102]

Il Rapporto segreto dipinge Stalin come un tiranno così privo del senso della realtà che, nel prendere misure collettive contro determinati gruppi etnici, non esita a colpire gli innocenti e gli stessi compagni di partito. Vien fatto di pensare alla vicenda degli esuli tedeschi (per lo più nemici dichiarati di Hitler) che, subito dopo lo scoppio della guerra con la Germania, sono rinchiusi in blocco nei campi di concentramento francesi. ## Gli esuli tedeschi che allo scòppio della guerra sono rinchiusi nei campì di concentramento francesi hanno l’impressione di essere destinati a «crepare». [103] Decisamente rivoltanti sono i maltrattamenti a guerra ormai finita inflitti dagli USA ai prigionieri tedeschi, come ha documentato a suo tempo lo storico canadese James Bacque e come, sia pure a malincuore e con qualche riserva, hanno fini to col riconoscere i difensori d’ufficio del generale Dwight D. Eisenhower. [104] Studi piu recenti hanno portato alla luce altri particolari. Mi limito a citarne uno: una commissione statunitense accertò a suo tempo che, su 139 detenuti esaminati 137 avevano «i testicoli permanentemente distrutti, a causa dei colpi ricevuti». [105] Ma è inutile voler ricercare uno sforzo di analisi comparata nel discorso di Chruščëv.

Esso mira a rovesciare nel suo contrario due motivi sino a quel momento diffusi non solo nella propaganda ufficiale ma anche nella pubblicistica e nell’opinione pubblica internazionale: il grande condottiero che aveva contribuito in modo decisivo all’annientamento del Terzo Reich si trasforma così in un rovinoso dilettante che a stento riesce ad orientarsi sul mappamondo; l’eminente teorico della questione nazionale proprio in questo campo si rivela sprovvisto del più elementare «buonsenso». I riconoscimenti sino a quel momento tributati a Stalin sono messi tutti sul conto di un culto della personalità che ora si tratta di liquidare una volta per sempre.

Il culto della personalità in Russia da Kerenskij a Stalin

La denuncia del culto della personalità è il pezzo forte di Chruščëv. Nel suo Rapporto è però assente una domanda che pure dovrebbe essere d’obbligo: abbiamo a che fare con la vanità e il narcisismo di un singolo leader politico, oppure con un fenomeno di carattere più generale che affonda le sue radici in un contesto oggettivo determinato? Può essere interessante leggere le osservazioni fatte da Bucharin mentre negli usa fervono i preparativi per l’intervento nella Prima guerra mondiale:

Perché la macchina statale sia più preparata ai compiti militari, si trasforma da sé in una organizzazione militare, al cui comando c’è un dittatore. Questo dittatore è il presidente Wilson. Gli sono stati concessi poteri eccezionali. Ha un potere quasi assoluto. E si cerca di installare nel popolo sentimenti servili per il “grande presidente”, come nell’antica Bisanzio dove avevano divinizzato il proprio monarca. [106]

In situazioni di crisi acuta la personalizzazione del potere tende a intrecciarsi con la trasfigurazione del leader che lo detiene. Allorché nel dicembre 1918 mette piede in Francia, il presidente americano vittorioso è acclamato come il Salvatore e i suoi quattordici punti sono paragonati al Discorso della Montagna. [107]

Danno soprattutto da pensare i processi politici che si verificano negli Stati Uniti nel periodo che va dalla Grande crisi alla Seconda guerra mondiale. Asceso alla presidenza con la promessa di porre rimedio ad una situazione economico-sociale assai preoccupante, F. D. Roosevelt è eletto per quattro mandati consecutivi (anche se muore all’inizio del quarto): un caso unico nella storia del suo paese. Al di là della lunga durata di questa presidenza, fuori del comune sono anche le attese e le speranze che la circondano. Personalità autorevoli invocano un «dittatore nazionale» e invitano il neopresidente a dar prova di tutta la sua energia: «Diventa un tiranno, un despota, un vero monarca. Durante la Guerra mondiale noi prendemmo la nostra Costituzione, la mettemmo da parte finché la guerra non fu finita». La permanenza dello stato d’eccezione esige che non ci si lasci inceppare da eccessivi scrupoli legalitari. Il nuovo leader della nazione è chiamato ad essere ed è già definito «una persona provvidenziale», ovvero, secondo le parole del cardinale O’Connell, «un uomo mandato da Dio». La gente della strada scrive e si rivolge a F. D. Roosevelt in termini ancora più enfatici, dichiarando di guardare a lui «quasi come si guarda a Dio» e di sperare di poterlo un giorno collocare «nel Pantheon degli immortali, accanto a Gesù». [108] Invitato a comportarsi da dittatore e uomo della Provvidenza, il neopresidente fa larghissimo uso del suo potere esecutivo già nel primo giorno o nelle prime ore del suo mandato. Nel suo messaggio inaugurale egli esige “un largo potere” del l’Esecutivo […] tanto grande quanto sarebbe quello concessomi se fossimo realmente invasi da un nemico straniero». [109] Con lo scoppio delle ostilità in Europa, prima ancora di Pearl Harbor, F. D. Roosevelt comincia di sua iniziativa a trascinare il paese in guerra a fianco dell’Inghilterra; in seguito, con un ordine esecutivo emanato in modo sovrano, impone la reclusione in campi di concentramento di tutti i cittadini americani di origine giapponese, comprese donne e bambini. È una presidenza che, se per un verso gode di una diffusa devozione popolare, per un’altro verso fa gridare al pericolo «totalitario» [totalitarian] — ciò avviene in occasione della Grande crisi (allorché a pronunciare l’atto d’accusa è in particolare l’ex presidente Hoover) [110] e soprattutto nei mesi che precedono l’intervento nel Secondo conflitto mondiale (allorché il senatore Burton K. Wheeler accusa F. D. Roosevelt di esercitare un «potere dittatoriale» e di promuovere una «forma totalitaria di governo»). [111] Almeno dal punto di vista degli avversari del presidente, totalitarismo e culto della personalità avevano attraversato l’Atlantico.

Certo, il fenomeno che qui stiamo indagando (la personalizzazione del potere e il culto della personalità ad essa connesso) si presenta solo in forma embrionale nella Repubblica nordamericana, protetta dall’oceano da ogni tentativo di invasione e con alle spalle una tradizione politica ben diversa da quella della Russia. È su questo paese che si deve concentrare l’attenzione. Vediamo cosa avviene tra febbraio e ottobre 1917, e dunque prima dell’ascesa al potere dei bolscevichi. Spinto sì dalla sua vanità personale ma anche dal desiderio di stabilizzare la situazione, ecco Kerenskij «modellarsi a Napoleone»: passa in rassegna le truppe «con il braccio infilato nel davanti della giubba»; d’altro canto, «sullo scrittoio del suo studio al ministero della Guerra campeggiava un busto dell’imperatore dei francesi». I risultati di questa messa in scena non tardano a manifestarsi: fioriscono le poesie che rendono omaggio a Kerenskij come al novello Napoleone. [112] Alla vigilia dell’offensiva d’estate, che avrebbe dovuto definitivamente risollevare le sorti dell’esercito russo, il culto riservato a Kerenskij (in certi ristretti circoli) raggiunge il culmine:

Ovunque veniva acclamato come un eroe, i soldati se lo issavano sulle spalle, lo tempestavano di fiori, gli si gettavano ai piedi. Un’infermiera inglese ebbe modo di assistere sbalordita alla scena di uomini di truppa che «baciavano lui, la sua auto e il terreno su cui poggiava i piedi. Molti erano caduti in ginocchio e pregavano, altri piangevano. [113]

Come si vede, non ha molto senso spiegare, come fa Chruščëv, con il narcisismo di Stalin la forma esaltata che, a partire da un certo momento, il culto della personalità assume in URSS. In realtà, quando Kaganovič gli propone di sostituire la dizione di marxismo-leninismo con quella di marxismo-leninismo-stalinismo, il leader a cui è rivolto tale omaggio risponde: «Vuoi paragonare il cazzo con la torre dei pompieri». [114] Almeno se messo a confronto con Kerenskij, Stalin appare più modesto. Lo conferma l’atteggiamento da lui assunto a conclusione di una guerra vinta realmente e non soltanto nell’immaginazione, come nel caso del dirigente menscevico amante delle pose napoleoniche. Subito dopo la parata della vittoria, un gruppo di marescialli prende contatto con Molotov e Malenkov: essi propongono di solennizzare il trionfo conseguito nel corso della Grande guerra patriottica, conferendo il titolo di «eroe dell’Unione Sovietica» a Stalin, il quale però declina l’offerta. [115] Dall’enfasi retorica il leader sovietico rifugge anche in occasione della Conferenza di Potsdam: «Sia Churchill che Truman si presero il tempo di passeggiare tra le rovine di Berlino; Stalin non mostrò tale interesse. Senza far rumore, arrivò col treno, ordinando persino a Zukov di cancellare qualsiasi eventuale piano di dargli il benvenuto con una banda militare e una guardia d’onore». [116] Quattro anni dopo, alla vigilia del suo settantesimo compleanno, si svolge al Cremlino un colloquio che vale la pena di riportare:

Egli [Stalin] convoca Malenkov e lo ammonisce:
«Non si faccia venire in testa di onorarmi di nuovo con una “stella”».
«Ma, compagno Stalin, un tale anniversario! Il popolo non capirebbe.»
«Non si richiami al popolo. Non ho l’intenzione di litigare. Nessuna iniziativa personale! Mi ha capito?»
«Ovviamente, compagno Stalin, ma i membri del politbjuro sono dell’opinione…»
Stalin interrompe Malenkov e dichiara che la questione è chiusa. [117]

Naturalmente, si può dire che nelle circostanze qui riportate gioca un ruolo più o meno grande il calcolo politico (e sarebbe ben strano che non lo giocasse); è un fatto, però, che la vanità personale non prende il sopravvento. Tanto meno essa prende il sopravvento allorché sono in gioco decisioni vitali di carattere politico o militare: nel corso della Seconda guerra mondiale Stalin invita i suoi interlocutori ad esprimersi senza giri di parole, discute animatamente e litiga persino con Molotov, che a sua volta, pur guardandosi bene dal mettere in discussione la gerarchia, continua a tener fermo alla sua opinione. A giudicare dalla testimonianza dell’ammiraglio Nikolai Kusnezov, il leader supremo «apprezzava in modo particolare quei compagni che ragionavano con la loro testa e non esitavano ad esprimere il loro punto di vista senza compromessi». [118]

Interessato com’è ad additare in Stalin il responsabile unico di tutte le catastrofi abbattutesi sull’URSS, ben lungi dal liquidare il culto della personalità, Chruščëv si limita a trasformarlo in un culto negativo. Resta ferma la visione in base alla quale in principio erat Stalin! Anche nell’affrontare il capitolo più tragico della storia dell’Unione Sovietica (il terrore e le purghe sanguinose, che infuriano su larga scala e non risparmiano in alcun modo il partito comunista), il Rapporto segreto non ha dubbi: è un orrore da mettere sul conto pressoché esclusivo di un individuo assetato di potere e posseduto da una paranoia sanguinaria.


  1. Chruščëv N. (1958), Sul culto della personalità e le sue conseguenze, Rapporto al XX Congresso del PCUS (25 febbraio 1956), in A. Tasca (a cura di), Autopsia dello stalinismo, Comunità, Milano, pp. 223-4. 

  2. Deutscher I. (1972), Necrologio di Stalin (“Manchester Guardian”, 6 marzo 1953), in Id., Ironie della storia. Saggi sul comunismo contemporaneo, Longanesi, Milano, pp. 160-70, p. 20. 

  3. Chruščëv N. (1958), Sul culto della personalità e le sue conseguenze, Rapporto al XX Congresso del PCUS (25 febbraio 1956), in A. Tasca (a cura di), Autopsia dello stalinismo, Comunità, Milano, pp. 121-2. 

  4. Chruščëv N. (1958), Sul culto della personalità e le sue conseguenze, Rapporto al XX Congresso del PCUS (25 febbraio 1956), in A. Tasca (a cura di), Autopsia dello stalinismo, Comunità, Milano, pp. 164-5, 172. 

  5. Chruščëv N. (1958), Sul culto della personalità e le sue conseguenze, Rapporto al XX Congresso del PCUS (25 febbraio 1956), in A. Tasca (a cura di), Autopsia dello stalinismo, Comunità, Milano, pp. 176, 178. 

  6. Zubkova E. (2003), Quando c’era Stalin. I russi dalla guerra al disgelo, il Mulino, Bologna, p. 223. 

  7. Trockij L. D. (1962), Stalin (1946), Garzanti, Milano, pp. 170, 175-6, 446-7. 

  8. Trockij L. D. (1988), Schriften. Sowjetgesellschaft undstalinistische Diktatur, a cura di H. Dahmer et al., Rasch und Röhring, Hamburg, pp. 1259, 1262-3. 

  9. Hoffmann J. (1995), Stalins Vernichtungskrieg 1941-1945, Verlag für Wehrwissenschaften, München, pp. 59, 21. 

  10. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf (trad. ted.), pp. 500-4. 

  11. Knight A. (1997), Berija. Ascesa e caduta del capo della polizia di Stalin, Mondadori, Milano, p. 132. 

  12. Medvedev Ž. A., Medvedev R. A. (2006), Stalin sconosciuto. Alla luce degli archivi segreti sovietici, a cura di A. Panaccione, Feltrinelli, Milano, pp. 269-70. 

  13. Montefiore S. S. (2007), Stalin. Am Hofdes roten Zaren, Fischer, Hamburg (trad. ted.), p. 416. 

  14. Dimitrov G. (2002), Diario. Gli anni di Mosca (1934-1945), a cura di S. Pons, Einaudi, Torino, pp. 320-1. 

  15. Dimitrov G. (2002), Diario. Gli anni di Mosca (1934-1945), a cura di S. Pons, Einaudi, Torino, p. 309. 

  16. Dimitrov G. (2002), Diario. Gli anni di Mosca (1934-1945), a cura di S. Pons, Einaudi, Torino, p. 314. 

  17. Roberts G. (2006), Stalin’s Wars. From World War to Cold War, 1939-1953, Yale University Press, New Haven-London, p. 7. 

  18. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, p. 1620. [web] — »Stalins Rede findet in England und USA enorme Bewunderung.« (1941-07-05). 

  19. In Butler S. (a cura di) (2005), My Dear Mr. Stalin. The Complete Correspondence of Franklin Delano Roosevelt and Joseph V. Stalin, Yale University Press, New Haven-London, pp. 71-2. 

  20. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, p. 1590. — »Der ganze Staatsund Mili tärapparat wird mobil gemacht. […] Jetzt setzt die erste große Tarnungswelle ein. […] 14 Divisionen werden nach dem Westen transportiert.« 

  21. Wolkow W. K. (2003), Stalin wollte ein anderes Europa. Moskaus Außenpolitik 1940 bis 1968 und die Folgen, Edition Ost, Berlin, p. 111. 

  22. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, pp. 1594-5, 1597. — »Die englischen Sender erklären schon, unser Auf marsch gegen Rußland sei lauter Bluff, hinter dem wir unsere Inva sionsvorbereitungen zu verstecken suchten.« 

  23. Besymenski L. (2003), Stalin und Hitler. Das Pokerspiel der Diktatoren, Aufbau, Berlin (trad. ted.), pp. 422-5. 

  24. Costello J. (1991), Ten Days to Destiny. The Secret Story of the Hess Peace Initiative and British Efforts to Strike a Deal with Hitler, Morrow, New York, pp. 438-9. 

  25. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, p. 1599. — »Im Allgemeinen glaubt man noch an Bluff oder Erpressungsversuch.« 

  26. Roberts G. (2006), Stalin’s Wars. From World War to Cold War, 1939-1953, Yale University Press, New Haven-London, p. 35. 

  27. Wolkow W. K. (2003), Stalin wollte ein anderes Europa. Moskaus Außenpolitik 1940 bis 1968 und die Folgen, Edition Ost, Berlin, p. 110. 

  28. Costello J. (1991), Ten Days to Destiny. The Secret Story of the Hess Peace Initiative and British Efforts to Strike a Deal with Hitler, Morrow, New York, pp. 436-7. 

  29. Kershaw I. (2001), Hitler 1936-1943, Bompiani, Milano, pp. 581, 576-7. 

  30. Kershaw I. (2001), Hitler 1936-1943, Bompiani, Milano, pp. 585-7; Ferro M. (2008), Ils étaient sept hommes en guerre. 1918-1945. Histoire parallèle, Perrin, Paris, p. 115 (per quanto riguarda Majskij). 

  31. Besymenski L. (2003), Stalin und Hitler. Das Pokerspiel der Diktatoren, Aufbau, Berlin (trad. ted.), pp. 380-6 (e in particolare p. 384). — »1870 haben die Deutschen die Franzosen geschlagen. Warum? Weil sie nur an einer Front gekämpft haben. Die Deutschen haben 1916/17 Rückschläge erlitten. Warum? Weil sie an zwei Fronten gekämpft haben.« 

  32. Roberts G. (2006), Stalin’s Wars. From World War to Cold War, 1939-1953, Yale University Press, New Haven-London, pp. 66-9. 

  33. Ferro M. (2008), Ils étaient sept hommes en guerre. 1918-1945. Histoire parallèle, Perrin, Paris, p. 64. — « insignifiantes ». 

  34. Beneš E. (1954), Memoirs: From Munich to New War and New Victory, Allen, London, p. 151. [web] 

  35. Gardner L. C. (1993), Spheres of Influence. The Great Powers Partition Europe, from Munich to Yalta, Dee, Chicago, pp. 92-3. 

  36. Liddel Hart B. H. (2007), Stratégie, Perrin, Paris (trad, franc.), pp. 414-5. 

  37. Liddel Hart B. H. (2007), Stratégie, Perrin, Paris (trad, franc.), pp. 417-8. 

  38. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, pp. 1601, 1609. — »Wohl der gewaltigste, den die Geschichte je gesehen hat. […] Größter Aufmarsch der Weltgeschichte.« 

  39. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, pp. 1601-2. — »Wir stehen vor einem Siegeszug ohnegleichen […]. Ich schätze die Kampfkraft der Russen sehr niedrig ein, noch niedriger als der Führer. Wenn eine Aktion sicher war und ist, dann diese.« 

  40. Fest J. C. (1973), Hitler. Eine Biographie, Ullstein, Frankfurt a.M.-Berlin-Wien, p. 878. 

  41. Ferro M. (2008), Ils étaient sept hommes en guerre. 1918-1945. Histoire parallèle, Perrin, Paris, p. 189. — « Autre surprise, le 25 juin, lors du premier raid sur Moscou, la défense antiaérienne se révèle d’une telle efficacité que la Luftwaffe devra dès lors se cantonner à des raids nocturnes en effectifs réduits ». 

  42. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, p. 1619. — »Insgesamt wird sehr hart und erbittert gekämpft. Von einem Spaziergang kann keine Rede sein. Das rote Regime hat das Volk mobilgemacht.« 

  43. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, pp. 1639-40. — »Wir dürfen uns keinem Zweifel hingeben über die Tatsache, daß das bolschewistische Regime, das fast ein Vierteljahrhundert besteht, seine tiefen Spuren in den Völkern der Sowjetunion hinterlassen hat. […] Es wäre also richtig, wenn wir das deutsche Volk ganz eindeutig auf[!] die Härte des im Osten sich abspielenden Kampfes ins Bild setzten. Man muß der Nation sagen, daß diese Operation sehr schwierig ist, daß wir sie aber überstehen können und auch überstehen werden.« 

  44. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, p. 1645. — »Im Führerhauptquartier […] Man gibt auch offen zu, daß man sich in der Einschätzung der sowjetischen Kampfkraft etwas geirrt hat. Die Bolschewisten zeigen doch stär keren Widerstand, als wir vermuteten, und vor allem die materiel len Mittel, die ihnen dabei zur Verfügung stehen, sind größer, als wir angenommen haben.« 

  45. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, pp. 1656-8. [web] — »Der Führer ist innerlich über sich sehr ungehalten, daß er sich durch die Berichte aus der Sowjetunion so über das Potential der Bolschewi ken hat täuschen lassen. Vor allem seine Unterschätzung der feind lichen Panzer- und Luftwaffe hat uns in unseren militärischen Operationen außerordentlich viel zu schaffen gemacht. Er hat darunter sehr gelitten. Es handelte sich um eine schwere Krise. […] Die bis herigen Feldzüge waren demgegenüber fast Spaziergänge. […] Um den Westen macht der Führer sich keine Sorgen. […] Wir haben in unserer deutschen Gründlichkeit und Objektivität den Gegner immer überschätzt mit Ausnahme in diesem Falle die Bolschewisten.« (1941-08-19). 

  46. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, pp. 1665-6. — »Wir eben das bolschewistische Potential ganz falsch eingeschätzt haben […]« (1941-09-16). 

  47. Liddel Hart B. H. (2007), Stratégie, Perrin, Paris (trad, franc.), pp. 417-8. 

  48. Hillgruber A. (1991), La distruzione dell’Europa, il Mulino, Bologna, p. 354. 

  49. Riportato in Hillgruber A. (1991), La distruzione dell’Europa, il Mulino, Bologna, pp. 358-60. 

  50. Hillgruber A. (1991), La distruzione dell’Europa, il Mulino, Bologna, pp. 372, 369. 

  51. Medvedev Ž. A., Medvedev R. A. (2006), Stalin sconosciuto. Alla luce degli archivi segreti sovietici, a cura di A. Panaccione, Feltrinelli, Milano, p. 252. 

  52. In Butler S. (a cura di) (2005), My Dear Mr. Stalin. The Complete Correspondence of Franklin Delano Roosevelt and Joseph V. Stalin, Yale University Press, New Haven-London, p. 41. 

  53. Webb B. (1982-85), The Diary, a cura di N. e J. MacKenzie, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (Ma), vol. 4, p. 472 (nota di diario dell‘8 agosto 1941). 

  54. Klemperer V. (1996), Ich will Zeugnis ablegen bis zum letzten, Tagebücher 1933-1949, a cura di W. Nowojski con la collaborazione di H. Klemperer, Aufbau, Berlin, vol. 1, p. 647 (nota di diario del 13 luglio 1941). 

  55. Medvedev Ž. A., Medvedev R. A. (2006), Stalin sconosciuto. Alla luce degli archivi segreti sovietici, a cura di A. Panaccione, Feltrinelli, Milano, pp. 259-60. 

  56. Hitler A. (1965), Reden und Proklamationen 1952-1945 (1962-63), Süddeutscher Verlag, München, p. 1682. [web] — »Problem des russischen Raumes: Unendliche Weite des Raumes macht Konzentration auf entscheidende Punkte notwendig.« (1941-03-30). 

  57. Hitler A. (1989), Tischgespräche, Ullstein, Frankfurt a.M.-Berlin, p. 70. [web] — »Es hat in der Weltgeschichte bislang nur drei Vernichtungsschlachten gegeben: Cannae, Sedan und Tannenberg. Wir können stolz darauf sein, dass zwei davon von deutschen Heeren erfochten wurden.« (1941-09-10). 

  58. Hitler A. (1980), Monologe im Führerhauptquartier 1941-1944, Albrecht Knaus, Hamburg, p. 46. [web] — »Muß die russische Kriegsvorbereitung als phantastisch bezeichnet werden.« (1941-09-17/8). 

  59. Liddel Hart B. H. (2007), Stratégie, Perrin, Paris (trad, franc.), pp. 404, 400, 392. 

  60. Werth N. (2007), La terreur et Le désarroi. Stalin et son système, Perrin, Paris, pp. 352, 359-60. 

  61. Irving D. (2001), La guerra di Hitler, Settimo Sigillo, Roma, p. 457. 

  62. Tucker R. C. (1990), Stalin in Power. The Revolution from Above, 1928-1941, Norton, New York-London, pp. 97-8. 

  63. Stalin J. V. (1971-73), Werke, Roter Morgen, Hamburg, vol. 13, pp. 67, 274. 

  64. Trockij L. D. (1988), Schriften. Sowjetgesellschaft undstalinistische Diktatur, a cura di H. Dahmer et al., Rasch und Röhring, Hamburg, p. 930. 

  65. Da un colloquio con Fritz Todt, riportato in Irving D. (2001), La guerra di Hitler, Settimo Sigillo, Roma, p. 550. 

  66. Hitler A. (1980), Monologe im Führerhauptquartier 1941-1944, Albrecht Knaus, Hamburg, p. 366. [web] — »Daß der allgemeine Lebensstandard sich gehoben hat, daran ist kein Zweifel. Hunger haben die Menschen nicht gelitten. Alles in allem gesehen, muß man sagen: Die haben Fabriken hier gebaut, wo vor zwei Jahren noch unbekannte Bauerndörfer waren, Fabriken, die die Größe der Hermann-Göring-Werke haben. Sie haben Eisenbahnen, die sind gar nicht eingezeichnet auf der Karte.« (1942-08-26). 

  67. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf, p. 501. — »Stalin, das Politbüro und die Volkskommissariate suchten einen Ausweg. Sie verlangten einen gigantischen Kraftakt der Sowjetbürger. Die Rüstungsfabriken wurden auf kriegswirtschaftliche Bedingungen umgestellt. […] In den letzten Jahren vor dem Krieg war auf Vorschlag Wosnessenskis der Umfang der Investitionen in Objekte der Verteidigungsindustrie im Osten des Landes stark gewachsen. […] Stalin beauftragte Andrejew, sich mit dieser Frage in Vorbereitung eines ZK-Plenums zu befassen. Das Plenum fand Ende Mai 1939 statt.« (18.89). 

  68. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf, p. 570. — »Durch die harte Praxis des militärischen Alltags erlernte Stalin allmählich die Grundsätze der Strategie.« (20.95). 

  69. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf, p. 641. — »Ich sage es direkt: Was Stalins Denken anbelangt, so war es auf einzelnen Gebieten höher entwickelt als das vieler sowjetischer Militärführer.« (22.101). 

  70. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf, p. 501. — »Selbstverständlich beschäftigte sich Stalin mit diesen Fragen nicht allein wegen seiner Neigung zu allem Militärischen. Er verstand, dass die politische Macht und die internationale Autorität seines Landes nicht nur durch wirtschaftliche, sondern auch durch militärische Faktoren bestimmt wurde. Seit der zweiten Hälfte der dreißiger Jahre machte er sich außerdem Sorgen wegen des Anwachsens der faschistischen Gefahr und der imperialistischen Bedrohung im Westen und im Osten.« (15.290). 

  71. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf, pp. 570-2. — »Aber bis zum Januar 1942 gelang es dann, 1523 Industriebetriebe zu verlegen, darunter waren 1360 Rüstungsbetriebe. Es ist kaum möglich, die Bedeutung dieser Leistung zu überschätzen.« (20.111). 

  72. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf, p. 644. — »Stalin ganz ungewöhnliche Ideen […].« (22.122). 

  73. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf, p. 597. — »Diese Entscheidung war mutig und weitsichtig […].« (21.32). 

  74. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf, p. 641. — »Wenn man so sagen kann, legte Stalin ein mehr universelles Denken an den Tag.« (22.102). 

  75. Montefiore S. S. (2007), Stalin. Am Hofdes roten Zaren, Fischer, Hamburg (trad. ted.), p. 503. 

  76. Roberts G. (2006), Stalin’s Wars. From World War to Cold War, 1939-1953, Yale University Press, New Haven-London, pp. 81, 4. 

  77. Schneider J. J. (1994), The Structure of Strategic Revolution: Total War and the Roots of the Soviet Warfare State, Presidio, Novato (Ca), pp. 278-9, 232. 

  78. Goebbels J. (1992), Tagebücher, Piper, München-Zürich, pp. 1656-8. [web] — »Es warja auch unseren Vertrauensmännern und Spionen kaum möglich, in das Innere der Sowjetunion vorzudringen. Sie konnten ja kein genaues Bild gewin nen. Die Bolschewisten sind direkt darauf ausgegangen, uns zu täu schen. Wir haben von einer ganzen Anzahl ihrer Waffen, vor allem ihrer schweren Waffen, überhaupt keine Vorstellung besessen. Ganz im Gegensatz zu Frankreich, wo wir so ziemlich alles gewußt haben und deshalb auch in keiner Weise überrascht werden konn ten.« (1941-08-19). 

  79. Althusser L. (1967), Per Marx, Editori Riuniti, Roma, p. 6. 

  80. Chruščëv N. (1958), Sul culto della personalità e le sue conseguenze, Rapporto al XX Congresso del PCUS (25 febbraio 1956), in A. Tasca (a cura di), Autopsia dello stalinismo, Comunità, Milano, p. 187. 

  81. Graziosi A. (2007), L’URSS di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945, il Mulino, Bologna, pp. 70-1. 

  82. In Annett K. (a cura di) (2001), Hidden from History. The Canadian Holocaust, The Truth Commission into Genocide in Canada, Vancouver, p. 6. 

  83. Torri M. (2000), Storia dell’India, Laterza, Roma-Bari, p. 617. 

  84. Grunfeld A. T. (1996), The Making of Modern Tibet, revised edition, Sharpe, Armonk (New York)-London, p. 107. 

  85. In Pappe I. (2008), La pulizia etnica della Palestina, Fazi, Roma, p. 3. 

  86. MacDonogh G. (2007), After the Reich. The Brutal History of the Allied Occupation, Basic Books, New York, p. 1. [web] 

  87. Hillgruber A. (1991), La distruzione dell’Europa, il Mulino, Bologna, p. 439. 

  88. Churchill W. (1974), His Complete Speeches 1897-1963, Chelsea House, New York-London, p. 7069. [web] 

  89. Hillgruber A. (1991), La distruzione dell’Europa, il Mulino, Bologna, p. 439. 

  90. Naimark N. M. (2002), La politica dell’odio. La pulizia etnica nell’Europa contemporanea, Laterza, Roma-Bari, p. 134. 

  91. Naimark N. M. (2002), La politica dell’odio. La pulizia etnica nell’Europa contemporanea, Laterza, Roma-Bari, p. 136. 

  92. Naimark N. M. (2002), La politica dell’odio. La pulizia etnica nell’Europa contemporanea, Laterza, Roma-Bari, pp. 137-8. 

  93. Naimark N. M. (2002), La politica dell’odio. La pulizia etnica nell’Europa contemporanea, Laterza, Roma-Bari, p. 139. 

  94. Naimark N. M. (2002), La politica dell’odio. La pulizia etnica nell’Europa contemporanea, Laterza, Roma-Bari, p. 138. 

  95. Naimark N. M. (2002), La politica dell’odio. La pulizia etnica nell’Europa contemporanea, Laterza, Roma-Bari, p. 133. 

  96. Deâk I. (2002), The Crime of the Century, in “The New York Review of Books”, 26 settembre, p. 48. 

  97. Losurdo D. (1996), Il revisionismo storico. Problemi e miti, Laterza, Roma-Bari, cap. iv, § 5. 

  98. Stalin J. V. (1971-73), Werke, Roter Morgen, Hamburg, vol. 14, pp. 238, 241. 

  99. Stalin J. V. (1971-73), Werke, Roter Morgen, Hamburg, vol. 14, pp. 266-7. 

  100. Losurdo D. (1996), Il revisionismo storico. Problemi e miti, Laterza, Roma-Bari, cap. iv, § 2. 

  101. Loewen J. W. (2006), Sundown Towns. A Hidden Dimension of American Racism, Simon & Schuster, New York-London-Toronto-Sydney, p. 42. [web] 

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  103. Arendt H. (1986), Noi profughi (1943), in H. Arendt, Ebraismo e modernità, a cura di G. Bettini, Unicopli, Milano, pp. 39-40. 

  104. Losurdo D. (1996), Il revisionismo storico. Problemi e miti, Laterza, Roma-Bari, cap. iv, § 5. 

  105. MacDonogh G. (2007), After the Reich. The Brutal History of the Allied Occupation, Basic Books, New York, p. 406. [web] 

  106. Bucharin N. (1984), Lo Stato Leviatano. Scritti sullo Stato e la guerra 1915-1917, a cura di A. Giasanti, Unicopli, Milano, p. 73. 

  107. In Hoopes T., Brinkley D. (1997), FDR and the Creation of the UN, Yale University Press, New Haven-London, p. 2. 

  108. Schlesinger Jr. A. M. (1959-65), L’età di Roosevelt, il Mulino, Bologna, vol. 2, pp. 3-15. 

  109. Nevins A., Commager H. S. (1960), Storia degli Stati Uniti, Einaudi, Torino, p. 455. 

  110. Johnson P. (1991), Modern Times. From the Twenties to the Nineties, Revised Edition, Harper Collins, New York, p. 256. [web] 

  111. In Hofstadter R. (a cura di) (1982), Great Issues in American History, Vintage Books, New York, 3 voll. (vol. 1 in collaborazione con C. L. Ver Steeg e vol. 3 in collaborazione con B. K. Hofstadter), vol. 3, pp. 392-3. 

  112. Figes O. (2000), La tragedia di un popolo. La Rivoluzione russa 1891-1924 (1997), Tea, Milano, pp. 499-500. 

  113. Figes O. (2000), La tragedia di un popolo. La Rivoluzione russa 1891-1924 (1997), Tea, Milano, pp. 503-4. 

  114. In Marcucci L. (1997), Il commissario di ferro di Stalin. Biografia politica di Lazar M. Kaganovič, Einaudi, Torino, pp. 156-7. 

  115. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf (trad. ted.), p. 707. — »Im Mai 1945, nach der Siegesparade, hatte sich eine Gruppe von Marschällen an Molotow und Malenkow gewandt mit dem Vorschlag, den ›außerordentlichen Einsatz des Führers‹ mit der Auszeichnung ›Held der Sowjetunion‹ zu honorieren. Aber Stalin hatte sich bereits zu solchen Höhen des Ruhms emporgeschwungen, dass ihn Auszeichnungen, die für gewöhnliche Sterbliche vorgesehen waren, wenig interessierten.« 

  116. Roberts G. (2006), Stalin’s Wars. From World War to Cold War, 1939-1953, Yale University Press, New Haven-London, p. 272. 

  117. Wolkogonow D. (1989), Stalin. Triumph und Tragödie. Ein politisches Porträt, Claassen, Düsseldorf (trad. ted.), p. 707. — »Lassen Sie sich nur nicht in den Kopf kommen, mich dort wieder mit einem ›Stern‹ zu beglücken! […]« 

  118. Montefiore S. S. (2007), Stalin. Am Hofdes roten Zaren, Fischer, Hamburg (trad. ted.), p. 498-9.